Iraq

Dall'Afghanistan sovietico all'Iraq americano

3 05 2005 - 17:32 · Flavio Grassi

Ci aspettano tempi durissimi sul fronte del terrorismo internazionale. L’Iraq occupato dagli americani è diventato per i terroristi islamici l’equivalente dell’Afghanistan negli anni dell’occupazione sovietica:

Combattenti stranieri sembrano essere al lavoro perché la ribellione irachena diventi quello che il movimento di resistenza contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan fu per la jihad della generazione precedente: un punto di incontro per jihadisti provenienti da tutto il mondo, un terreno di addestramento e un centro di indottrinamento. Nei prossimi mesi e anni, un numero significativo di combattenti reduci dall’Iraq potrebbero tornare ai loro paesi d’origine inasprendo i conflitti interni o incrementando con l’esperienza e le nuove competenze acquisite le reti estremistiche esistenti nelle comunità nelle quali fanno ritorno.

Bel risultato. Bel risultato davvero.

Ah, a dirlo sono quei fanatici bolscevichi antiamericani del Dipartimento di Stato nell’ultimo rapporto annuale sul terrorismo.

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America Latina

Anche in Ecuador è tornata la normalità

3 05 2005 - 09:58 · Flavio Grassi

L’ufficio stampa del turismo ecuadoriano mi comunica che:

La situazione in tutto l’Ecuador, nella capitale Quito come in ogni altra parte del Paese, si è completamente normalizzata dopo gli avvenimenti politici dei giorni scorsi. Aeroporti, mezzi di comunicazione e strutture alberghiere non hanno subito alcun danno e sono pienamente funzionanti.

Qui sono molto fiduciosi riguardo alle capacità del governo formato dal nuovo presidente Alfredo Palacio, e in particolare del suo ministro del turismo Maria Isabel Salvador.

I mercati finanziari internazionali sono un po’ nervosi per la nomina a ministro dell’economia di Rafael Correa, un professore universitario stimato che considera la decisione, presa nel 2000, di abbandonare il sucre e adottare il dollaro Usa come moneta nazionale “il più grave errore di politica economica”. Gli analisti però ritengono che tutto sommato rivolgimenti drammatici non ce ne dovrebbero essere.

Turismo Ecuador, Financial Times

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Nepal

Lo stato di emergenza è finito

3 05 2005 - 09:34 · Flavio Grassi

Lentamente, ma la situazione in Nepal pare stia migliorando. Il 30 aprile re ha revocato lo stato d’emergenza dichiarato il 1 febbraio. Però Gyanendra non ha rinunciato ai poteri eccezionali che si era autoconferito.

Con la fine dello stato d’emergenza, a Kathmandu sono state subito organizzate diverse manifestazioni di protesta che si sono svolte senza particolari incidenti. Fra gli altri sono sfilati in corteo un migliaio di giornalisti per chiedere il ripristino della libertà di informazione.

Domenica sono stati liberati alcuni leader dell’opposizione che erano stati messi agli arresti domiciliari nei mesi scorsi.

La compagnia telefonica di stato è stata autorizzata a riattivare una parte dei telefoni cellulari disattivati subito dopo il colpo di stato. Hanno ripreso a funzionare, solo a Kathmandu e dintorni, i cellulari con abbonamento. Le schede prepagate e la copertura nelle aree periferiche del paese restano per il momento disattivate: in questo modo il governo spera di ostacolare le comunicazioni fra i gruppi ribelli.

Intanto sembra che stiano emergendo contrasti interni alla leadership dei guerriglieri maoisti, in particolare fra il capo carismatico Prachanda e il suo delfino Baburam Bhattara.

Staremo a vedere.

Reuters, Misna, et al.

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America Latina

Il vento progressista del Sud America soffia su Washington

2 05 2005 - 18:03 · Flavio Grassi

Per la prima volta nei sessant’anni dalla fondazione, l’Organizzazione degli stati americani ha eletto un presidente diverso dal candidato più gradito al governo Usa.

Il nuovo presidente dell’Oas è il ministro dell’interno cileno, il socialista José Miguel Insulza, eletto con un voto quasi unanime dopo che il candidato appoggiato dagli Usa, il ministro degli esteri messicano Ernesto Derbez.

Il percorso che ha portato all’elezione di Insulza è significativo del nuovo clima che si respira in America Latina. All’inizio del processo elettorale gli Stati Uniti avevano cercato di imporre l’ex presidente del Salvador Fernando Flores: un premio all’unico paese latinoamericano che continui a mantenere una presenza militare in Iraq.

Constatata l’impossibilità di ottenere i voti necessari, Flores si ritirò subito dalla corsa e il Dipartimento di stato mandò avanti Derbez imbastendo una campagna elettorale a tappeto per cercare di fermare Insulza che, oltre a essere socialista, aveva il torto di essere fortemente appoggiato dal Venezuela di Chávez e dagli altri governi di sinistra e centro-sinistra che stanno cambiando la geografia politica del continente.

Lo scorso 11 aprile la situazione arrivò allo stallo: cinque votazioni una dopo l’altra tutte con il medesimo risultato, 17 a 17.

Tutti i tentativi americani di sbloccare la situazione in favore del proprio candidato sono stati inutili. Anzi il consenso per Derbez ha cominciato a sbriciolarsi.

Il Paraguay, che in precedenza aveva appoggiato il messicano, aveva ascoltato il Brasile e discretamente fatto sapere di essere pronto a passare nel campo avversario. Nicaragua e Canada cominciavano a pensare a una soluzione di compromesso o all’astensione.

Vista l’inevitabilità della sconfitta, la scorsa settimana durante il suo tour in Sud America Rice ha fatto buon viso a cattivo gioco dichiarando che gli Stati Uniti consideravano accettabili entrambi i candidati e che sarebbe stato desiderabile avere un presidente eletto con un consenso unanime.

Così oggi a Washington la votazione è finita con 31 voti a favore di Insulza, due astensioni (Perù e Bolivia, che per antiche ruggini non avrebbero mai potuto appoggiare un cileno) e una scheda bianca.
[Aggiornamento: quando ho scritto il post avevo solo i numeri e ho tirato a indovinare sbagliando un po’, però non troppo, via: si sono astenuti dal voto Bolivia e Messico, mentre il Perù ha votato scheda bianca.]

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Iraq

Cifre dal sen fuggite

2 05 2005 - 07:55 · Flavio Grassi

Sapete che vi dico? Su Chalabi sto cominciando a cambiare idea: l’incompetenza da Armata Brancaleone mostrata dal dipartimento della Difesa (che di Chalabi è stato il grande sponsor dopo che la Cia l’aveva scaricato per la sua manifesta inattendibilità) nel caso del Pdf malcensurato è tale che pare assai più plausibile immaginarli presi per il naso da un ciarlatano qualsiasi piuttosto che intenti a elaborare un piano machiavellico per mantenere in gara il loro uomo.

Nel merito del rapporto, la parte che mi pare più interessante è nell’introduzione, dove si descrivono fuori dai denti e senza l’accurata selezione di notizie dei bollettini pubblicati dai giornali le dimensioni del disastro iracheno:

Dal 1 novembre 2004 al 12 marzo 2005 sono stati registrati in totale 3306 attacchi nell’area di Bagdad. Di questi, 2400 sono stati diretti contro le forze della coalizione.

Aspettate un momento: ma non continuano a dirci che ormai i guerriglieri sono alla frutta, e che si tratta di terroristi vigliacchi che se la prendono solo con obiettivi civili perché non sono in grado di attaccare le invicibili forze americane?

Dal 1 novembre 2004 al 12 marzo 2005 sono 132 giorni. In questi 132 giorni, nella sola Bagdad, ci sono stati una media di 25 attacchi al giorno. E due su tre di questi sono stati attacchi diretti contro i soldati americani.

E una media di un attacco al giorno—sempre con modalità diverse, spesso complesse, un’esplosione seguita da un assalto di armi leggere o lanciagranate—sulla strada dell’aeroporto, la più sorvegliata di tutto l’Iraq.

Oggi è il 2 maggio, sono passati esattamente due anni da quando Bush, sotto lo striscione che proclamava Missione compiuta issato sul ponte della portaerei Lincoln dichiarava “conclusi i combattimenti”.

Il Pdf sfuggito racconta un’altra storia: racconta un Iraq dove da più di due anni è in corso una guerra senza quartiere. Racconta una storia di ragazzini male addestrati gettati allo sbaraglio a rischiare la pelle ogni giorno contro nemici che sono dovunque e diventano ogni giorno più pericolosi.

Io non riesco a prendermela con quelli che hanno sparato alla macchina di Calipari. Sessanta all’ora, novanta all’ora, quanti secondi fra l’accensione del faro e gli spari. Sono baggianate: vorrei vedere voi al loro posto. La colpa è di chi ce li ha mandati senza sapere quello che stava facendo e continua a tenerli lì in quelle condizioni disumane, con un livello di stress insopportabile.

Macchianera, Cnn

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Iraq

Stato di famiglia

29 04 2005 - 11:40 · Flavio Grassi

E così è nato il nuovo governo iracheno. Votato fra bombe e attentati e nel corso di una seduta disertata per protesta da un terzo dei deputati ma ora c’è.

Per inciso: è curioso come gran parte dell’informazione metta l’accento sul voto plebiscitario, 180 voti su 185 presenti a favore del governo trascurando il dettaglio che l’assemblea è composta da 275 parlamentari che non si sono presentati perché ritengono il governo troppo etnicamente squilibrato.

Scorrendo la lista dei ministri più importanti c’è anche qualche sorpresa (se vogliamo chiamarla così). Spicca fra tutti il nome di Ahmed Chalabi, il bancarottiere condannato per truffa che ha fabbricato tutti la documentazione falsa esibita dal governo Bush quando cercava di convincere tutti dell’urgenza di correre in Iraq a sequestrare le inesistenti armi di sterminio.

Io l’anno scorso l’ho scritto diverse volte che tutta la storia della caduta in disgrazia di Chalabi puzzava di sceneggiata per rifargli una verginità pseudoantiamericana che gli permettesse di arrivare direttamente al potere vero saltando l’impopolare fase preparatoria del governo provvisorio.

Chalabi non è Primo ministro. Ma è vice e, sopratutto, si tiene stretto in mano l’interim (?) del ministero più importante di tutti: quello del petrolio, cioè dell’intero reddito nazionale.

Giusto per non fare le cose a metà, l’altro ministero chiave per controllare il flusso dei denari, quello delle finanze, è andato ad Ali Abdel-Amir Allawi. Che c’entra, dite voi. C’entra eccome, perché questo Allawi è sì cugino dell’ex Primo ministro provvisorio. Ma è anche nipote di Chalabi.

E non dimentichiamo l’altro nipote celebre di Ahmed Chalabi, Salem: l’avvocato civilista specializzato in contratti internazionali al quale è stata affidata la guida del tribunale che sta preparando il processo a Saddam Hussein.

Sto sicuramente trascurando molti altri familiari sparsi in giro per le varie posizioni di sottogoverno. Ma insomma il concetto l’avete capito.

Il petrolio non c’entrava niente con la guerra, certo che no.

Times, Guardian, ecc.

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Eclectica

Il nome delle ali

28 04 2005 - 09:04 · Flavio Grassi

Oggi il Guardian dedica un editoriale al volo inaugurale dell’Airbus A380 sotto il titolo di “Vittoria alata”. A parte le considerazioni sulla sua importanza dal punto di vista della cooperazione industriale ed economica europea, fa giustamente notare che un progetto di questa portata merita un nome più forte dell’insignificante sigla o dell’altrettanto debole Superjumbo.

Tutto condivisibile meno il nome alternativo suggerito: Mercurio. Anzi, Mercury, visto che loro scrivono in inglese. E già qui c’è un problema: nessun nome potrà mai essere emblematico se a seconda di dove sei diventa Mercury, Merkur, Mercure, Mercurio e così via. E poi tre sillabe sono troppe.

Io voto per Argo.

Corto, facile e universale: rimane invariato in tutte le lingue europee (o almeno nelle principali, per quanto riguarda l’estone o il maltese non so).

E poi, oltre a Giasone e tutto il resto, era anche il nome dell’astronave di Dan Dare, il mio eroe di riferimento.

Guardian

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Africa

Lomé brucia

26 04 2005 - 16:22 · Flavio Grassi

Come era prevedibile date le premesse, il figlio del dittatore quarantennale Gnassingbé Eyadéma è stato dichiarato vincitore delle elezioni presidenziali in Togo.

È immediatamente scoppiata una rivolta popolare e ora per le strade della capitale si combatte con barricate incendiate contro candelotti lacrimogeni e pietre contro pallottole di gomma.

Prima dell’annuncio dei risultati si era parlato di un governo di unità nazionale comunque finisse. Potrebbe essere l’unica soluzione incruenta, se Faure Gnassingbé manterrà la parola.

Reuters

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America Latina

L'anno prossimo tocca al Messico. Brogli permettendo

26 04 2005 - 12:49 · Flavio Grassi

Domenica a Città del Messico almeno un milione di persone hanno marciato in silenzio per protestare contro il governo di Vicente Fox e testimoniare il loro appoggio al governatore del distretto federale Andrés Manuel López Obrador.

Nel 2006 il Messico dovrà eleggere il nuovo presidente e, dopo la pessima prova della destra di Fox e del suo Partito di Azione Nazionale, López Obrador (che è il leader del Partito Rivoluzionario Democratico, di sinistra moderata) è il grande favorito.

Sempre che gli permettano di partecipare alle elezioni. Spaventato dalla sua popolarità, il governo ha cominciato le manovre per escluderlo dalla competizione non appena López Obrador ha annunciato ufficialmente la sua candidatura, ai primi di aprile.

Nel giro di qualche ora il procuratore generale (che è una carica politica) ha tirato fuori una bizzarra accusa di oltraggio alla corte perché il municipio avrebbe tardato a fermare la costruzione di una strada come ordinato dal giudice. Subito dopo il parlamento ha approvato la sospensione dell’immunità spettante a López Obrador come capo del governo locale.

Secondo la legge messicana chi è sottoposto a un procedimento giudiziario non può detenere incarichi pubblici né candidarsi alle elezioni. Non serve la condanna, basta che il processo sia in corso (ve la immaginate una legge così da noi?).

Un giudice ha già respinto l’accusa e chiuso il procedimento. Così ieri il governatore è tornato nel suo ufficio. Ma il presidente non ci vuole stare, il suo procuratore generale già annunciato che ripresenterà l’accusa e un portavoce ha definito il ritorno del sindaco al suo posto “una provocazione”.

Nella politica messicana si sono viste tutte le porcherie immaginabili soprattutto l’ultima volta che ha rischiato di vincere (anzi, nelle urne ha vinto) la sinistra, nel 1988. E di sicuro Fox non starà a guardare. Ma i tempi sono cambiati e il corteo di domenica fa pensare che questa volta nemmeno la gente starà a guardare.

Los Angeles Times, Washington Post, Copley, In These Times, et al.

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America Latina

La lezione dell'Ecuador

23 04 2005 - 09:25 · Flavio Grassi

Da tre giorni il deposto presidente dell’Ecuador, Lucio Gutierrez è un uomo in fuga. Il Brasile gli ha offerto asilo politico, non per simpatia ma per favorire il ritorno della pace sociale, come ha dichiarato il ministro degli Esteri Celso Amorim. Il problema però è arrivarci in Brasile. Per il momento Gutierrez resta assediato nell’ambasciata brasiliana di Quito, mentre il suo successore e fino a ieri vicepresidente Alfredo Palacio ha firmato un mandato di arresto a suo nome e si susseguono manifestazioni contrarie al suo espatrio.

L’Ecuador è un paese dove la costituzione prevede che un presidente possa essere rieletto ma non per mandati consecutivi. Norma del tutto teorica perché, almeno in tempi recenti, nessun presidente è riuscito a restare in carica fino alla scadenza, figuriamoci pensare alla rielezione. Palacio è ora il settimo presidente in nove anni e la fuga all’estero del presidente in carica quando l’esercito (che qui tiene ancora saldamente in mano il potere vero) gli ritira l’appoggio pare essere il meccanismo di successione più abituale. Vista così, la destituzione di Gutierrez potrebbe apparire praticamente fisiologica, e auguri al prossimo.

Errore. Gutierrez è diverso e la sua parabola è esemplare per capire quello che sta accadendo in America Latina.

Ex ufficiale dell’esercito. Coinvolto in un fallito tentativo di colpo di stato. Eletto grazie all’appoggio della popolazione più povera, e in particolare degli indigeni, alla sua piattaforma di sinistra populista. Suona familiare? Già, sembra la biografia sintetica di Hugo Chávez. Ed è certo che nel 2002 la sua elezione contro un signore delle banane (sul serio, non metaforicamente) dato per grande favorito sia stata possibile proprio sull’onda della “rivoluzione bolivariana” nel vicino Venezuela.

La sua caduta in disgrazia vuol forse dire che sta già cambiando il vento, che l’onda della sinistra in salsa populista del Sud America è già esaurita? Al contrario. È la dimostrazione di quanto in quel continente nessuno possa più permettersi di prendere in giro i miserabili, perché i miserabili (cioè gli indigeni) hanno scoperto la forza dei loro numeri e hanno imparato che la politica riguarda anche loro e influisce sulla loro vita, non è un gioco dei borghesi urbani come avevano sempre pensato almeno fino agli anni Ottanta.

L’errore capitale di Gutierrez è stato di farsi eleggere dai miserabili e poi di continuare nella politica dei suoi predecessori. Si è lasciato convertire al fondamentalismo monetarista del Fondo Monetario Internazionale e ha cominciato a usare praticamente tutto il flusso di valuta derivante dalle esportazioni di petrolio per pagare gli interessi usurai imposti dai paesi ricchi sul colossale debito estero. È diventato un bravo ragazzo, si è guadagnato l’appoggio di Washington e poi, invece di combattere la devastante corruzione come aveva promesso di fare, lui e i suoi si sono semplicemente accomodati alla tavola imbandita lasciata libera dagli altri.

La goccia che ha provocato la catastrofe è stata la sostituzione di 27 giudici della Corte Suprema su 31, insediando amici suoi che avrebbero garantito l’impunità a Gutierrez stesso e all’ex presidente in esilio diventato suo alleato. La gente l’ha presa come la prova provata della “normalizzazione” del presidente e ha detto no.

Guardate anche quello che è successo, e sta succedendo, in Bolivia. Alla fine del 2003 il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada fu costretto alla fuga da una rivolta popolare contro la svendita del gas naturale. Da allora è presidente il suo vice Carlos Mesa, il quale gode di una discreta popolarità personale ma è politicamente debolissimo, sempre sull’orlo delle dimissioni (annunciate due volte solo lo scorso marzo) e costretto ad acrobazie estenuanti per evitare di far arrabbiare troppo gli americani e insieme di deludere i movimenti indigeni.

È molto facile dalla nostra Europa opulenta storcere il naso contro le politiche di estremo assistenzialismo populista di uno come Chávez, politiche di spesa sociale “improduttiva” che cozzano contro tutto quello che si insegna nelle scuole di economia. Ma il fatto è che in posti come gran parte dell’America Latina le leggi dell’economia più che non funzionare sono semplicemente irrilevanti: cosa volete che importi del Pil, dell’inflazione o dei tassi di cambio a chi nella sua vita non entrerà mai in una banca e, maneggerà al massimo monetine o qualche banconota incredibilmente sudicia che vale ancora meno delle monetine? Che cosa volete che contino le prospettive di sviluppo economico a medio e lungo termine per persone che hanno una speranza di vita più o meno equivalente alla nostra interminabile adolescenza?

Non è nemmeno una questione di destra o sinistra, almeno in senso tradizionale: in posti dove il lumpenproletariat è la maggioranza della popolazione saltano anche le categorie marxiste.

Io non ho risposte, solo dubbi. Nei confronti di un peronista di ritorno come l’argentino Kirchner o di un “bolivariano” (qualunque cosa voglia dire questa autodefinizione) come Chávez provo la stessa diffidenza istintiva della maggior parte di noi. Ma osservo. E sono costretto a vedere che, al di là degli sbarramenti propagandistici di chi si accontenta di giudicare a priori perché così dice il capo, il Venezuela sta usando i soldi del petrolio per migliorare la vita di chi ha un assoluto bisogno di miglioramenti oggi, non dopo dieci anni di economia virtuosa. Mandare a scuola i vecchi non sarà produttivo ma francamente, da qualsiasi punto di vista lo si guardi, mi sembra meglio che usare i soldi del petrolio per farsi palazzi con i rubinetti d’oro.

Ma così il discorso si allarga troppo. Più che la bontà o meno delle politiche economiche, ora mi premeva notare che la rivoluzione vera che sta succedendo in Sud America è l’irruzione degli indigeni nella politica dei palazzi.

In Venezuela Chávez è stato eletto due volte, è sopravvissuto a un colpo di stato e a un referendum di revoca. Il tutto avendo contro la quasi totalità della stampa, gli ambienti finanziari e la classe media urbana. Però Chávez regge perché mantiene l’appoggio dei più poveri, quelli che non leggono i giornali perché col prezzo di un giornale ci devono campare tutto il giorno e che prima non contavano perché non votavano e non sapevano nemmeno chi fosse il presidente. Gutierrez è caduto perché prima li ha cercati e poi traditi per farsi accettare nei salotti buoni della finanza internazionale. Non si può più fare.

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I doveri del quorum

21 04 2005 - 11:25 · Flavio Grassi

Non venitemi a dire che il 12 e 13 giugno avete qualcosa di più importante da fare che votare i referendum. Io per esserci dovrò rientrare in anticipo da un viaggio. Quel che va fatto va fatto.

Io non mi astengo

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America

Obiezione di decenza

20 04 2005 - 07:54 · Flavio Grassi

«La mia coscienza mi ha bloccato» ha dichiarato il senatore repubblicano dell’Ohio Voinovich dopo aver fatto deragliare la nomina di John Bolton a nuovo ambasciatore Usa all’Onu.

È solo un rinvio di un mese ma ora il percorso è sempre più in salita perché ogni giorno che passa emergono nuovi elementi che fanno capire quale razza di bullo di periferia sia l’uomo che Bush vorrebbe mandare a rappresentare gli Stati Uniti all’Onu. Proprio per questo motivo i repubblicani puntavano a chiudere la questione in fretta.

Ma uno di loro si è ricordato di avere una coscienza propria e non se l’è sentita di votare per «quell’individuo». Che anacronistico.

New York Times

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Africa

Rondine impallinata

19 04 2005 - 07:32 · Flavio Grassi

In Togo le cose si stanno mettendo male. Dopo un promettente vagito, la promessa di democrazia sta soffocando in culla. Le elezioni che Faure Gnassingbé, figlio del defunto dittatore Gnassingbé Eyadéma, è stato costretto a organizzare sull’onda delle proteste internazionali, e in particolare dell’Unione Africana, rischiano di diventare una farsa, un rito raffazzonato per certificare la successione dinastica.

La totale mancanza di garanzie ha convinto l’Unione Europea a rifiutare l’invio di osservatori che nulla avrebbero potuto fare per migliorare la situazione.

Il paese è percorso da bande di picchiatori del regime armati di bastoni chiodati, ma anche di lacrimogeni forniti dall’esercito, che soffocano i tentativi di protesta contro un’elezione organizzata in fretta e furia nella quale l’opposizione praticamente non ha alcuna possibilità di farcela. Anche perché il suo leader, Gilchrist Olympio è stato escluso dalla consultazione sulla base della sua residenza all’estero nei dodici mesi precedenti all’elezione. Peccato che Olympio abitasse nel vicino Ghana non per sua scelta ma perché esiliato dal regime.

Con l’avvicinarsi della data delle elezioni, fissata per domenica 24 aprile, il livello degli scontri si sta facendo sempre più intenso: nello scorso fine settimana sono morte almeno sei persone e diverse decine sono state ferite.

Reuters AlertNet

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Non ha prezzo

18 04 2005 - 12:24 · Flavio Grassi

Peccato che io non fumi più. Certe volte ci vorrebbe proprio un buon sigaro (cubano, of course), un goccio di rum di qualità (come l’ottimo Zacapa Centenario invecchiato 23 anni che ho recentemente scoperto in Guatemala) e un morso di cioccolato scurissimo. E poi, oziosamente cullati dalla poltrona a dondolo, vedere l’effetto che fa.

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Asia

Se l'elefante marcia con il dragone

12 04 2005 - 08:58 · Flavio Grassi

Nel primo giorno della visita ufficiale del primo ministro cinese Wen in India, i due paesi hanno siglato un accordo che, dato l’abuso dell’aggettivo, definire “storico” appare alquanto riduttivo. Partendo da una roadmap per risolvere le controversie ancora aperte relative alla definizione dei confini, i due colossi scalpitanti rendono chiara la comune visione di un XXI secolo caratterizzato dalla supremazia asiatica. Una supremazia fondata sul primato tecnologico-industriale, ma che va molto oltre i meri dati economici.

La Cina ha garantito all’India il suo appoggio per l’ottenimento di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. E con questo Fini, che è volato a New York per tentare in extremis di scongiurare l’allargamento del Consiglio di sicurezza nella forma sostenuta da India, Brasile, Germania e Giappone, può anche tornare a casa: il piano italiano è fallito. Fallito per colpa di questo governo, che ha abbandonato la diplomazia quando questa aveva la possibilità di creare consenso intorno al proprio progetto e cerca solo ora di recuperare il terreno perduto. Troppo tardi: quattro anni fa paesi come l’India e il Brasile, appunto, erano favorevoli allo schema italiano. Quando l’Italia l’ha di fatto accantonato—perché pareva brutto capeggiare uno schieramento diplomatico che si opponeva alla soluzione proposta dagli Stati Uniti—le potenze emergenti hanno elaborato un progetto diverso, che alla fine è più favorevole a loro e marginalizza paesi come l’Italia e il Canada.

Al di là delle intese diplomatiche è significativo, come osserva giustamente Federico Rampini su Repubblica che la visita del primo ministro cinese sia cominciata non da New Dehli ma da Bangalore, la capitale del nuovo orgoglio tecnologico indiano. E mi viene da pensare che quando il primo ministro indiano restituirà la visita partirà da Shanghai. Avete idea dei risultati che si possono raggiungere sommando le competenze scientifiche e ingegneristiche indiane con la capacità produttiva cinese? No, non l’avete.

Alla fine, credo che la politica di Bush abbia davvero dato una fortissima accelerazione al cambiamento del mondo. Ma non nel senso che voleva lui. Senza la scossa del neobullismo americano è probabile che rivali storici come India e Cina avrebbero continuato mostrarsi i denti a lungo. Messi di fronte a un’iperpotenza ubriaca della propria forza hanno cominciato a saggiarsi. E a scoprire che mettendosi insieme possono diventare un’ultrapotenza. John Bolton è avvertito.

La Repubblica, The Hindu, China Daily, Reuters, Viaggi Magazine

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Nepal

Tutto va bene, parola di console

11 04 2005 - 14:25 · Flavio Grassi

La situazione del Nepal si sta velocemente normalizzando, non c'è alcuna guerra civile e la popolazione è favorevole all'iniziativa del re che lo scorso febbraio ha licenziato il governo e preso in mano il potere esecutivo: sono le dichiarazioni più sorprendenti rilasciate dal console onorario italiano a Kathmandu Ravi Bhakta Shrestha nel corso di questa intervista concessa in esclusiva a Pfaall.

Ravi Bhakta Shrestha è un imprenditore nepalese di successo: proprietario di aziende manifatturiere, di trasporti e servizi, consigliere di amministrazione di diverse società e di un ospedale, consigliere delle federazioni nepalesi di cricket e calcio, della camera di commercio e dell'associazione industriali. È stato anche al governo come sottosegretario ai trasporti, turismo e aviazione civile. Insomma, è senza dubbio un membro autorevole dell'establishment economico e politico del paese e fra le sue numerose cariche spicca quella di Console onorario dell'Italia. Dato che in Nepal non esiste un'ambasciata, Mr Shrestha è l'unico rappresentante diplomatico del nostro paese a Kathmandu e questo è il motivo per il quale mi sono messo in contatto con lui.

Dopo un lungo scambio di corrispondenza, Mr Shrestha ha accettato di rispondere a qualche domanda sulla situazione del Nepal. Alcune delle risposte che mi ha dato sono francamente sorprendenti e proprio per questo, oltre che per l'autorevolezza del personaggio, le trovo particolarmente interessanti. Nega addirittura che in Nepal vi sia una guerra civile, e sostiene che il colpo di stato del re gode del favore popolare.

Indubbiamente le notizie che ci arrivano da un paese lontano e quasi sconosciuto tendono sempre a darci una percezione esagerata delle situazioni drammatiche. È un meccanismo universale e inevitabile: noi sentiamo parlare solo di agguati, sparatorie e rapimenti, così ci immaginiamo un paese dove non succeda altro tutto il giorno, mentre in realtà lì vivono 25 milioni di persone che nonostante tutto la mattina vanno a lavorare, fanno la spesa, si innamorano, parlano con gli amici e guardano la televisione.

Anche le sue parole a proposito del licenziamento del governo da parte di Gyanendra contribuiscono a farci comprendere quanto la realtà sia sempre più complessa e articolata di come tendiamo a vederla da lontano. Se non altro mostrano come il re non si stia affatto muovendo in una sorta di vuoto autocratico ma goda di un certo consenso, sorretto in parte dall'insofferenza verso la litigiosità inconcludente dei politici.

È l'opinione personale di un privilegiato, e le risposte ad alcune domande sono parecchio evasive. Ma con tutti i suoi limiti è pur sempre la visione di un nepalese che vive e lavora a Kathmandu.

Prima di tutto, Mr Shrestha, vorrei che ci desse un'idea del suo impegno come console italiano. Quali sono le richieste più frequenti che arrivano al suo ufficio?
I cittadini italiani si rivolgono a noi per rinnovare passaporti scaduti e per risolvere vari problemi, dai documenti smarriti all'assistenza finanziaria a questioni riguardanti i biglietti aerei o la necessità di interrompere un viaggio per motivi di salute. Inoltre ci occupiamo dell'emissione di visti per l'India e, in collaborazione con l'ambasciata francese, dell'emissione di visti Schengen a favore di cittadini nepalesi.

Esiste una comunità di cittadini italiani residenti in Nepal?
In Nepal vivono più o meno stabilmente circa 35 famiglie italiane. Alcuni sono qui per lavoro, altri sono volontari affiliati a organizzazioni internazionali, e altri ancora sono pensionati.

Presumo che la maggior parte degli italiani venga in Nepal per vacanze legate al trekking e alla montagna. Me lo può confermare? Quali altre attività attirano maggiormente i visitatori italiani?
Sì, è così: la maggior parte degli italiani viene qui per praticare trekking e alpinismo. Molti vengono anche solo per ammirare le bellezze naturali del paese e le realizzazioni artistiche nella valle di Kathmandu. I pensionati che si trasferiscono qui sono attratti dal basso costo della vita e dalla gentilezza della gente. C'è anche chi sceglie il Nepal per ritiri di meditazione e per studiare il buddismo.

Purtroppo le notizie che sentiamo ogni giorno dal Nepal riguardano quella che è generalmente definita una guerra civile. Quali sono gli effetti di questa interminabile lotta sulla vita quotidiana degli abitanti e sulle attività dei turisti e stranieri in generale?
Soprattutto dopo il primo febbraio [quando il re ha avocato a sé tutto il potere, ndr] la situazione in Nepal si sta avviando verso la completa normalità. Non c'è assolutamente niente di simile a una guerra civile. Naturalmente le agenzie di stampa internazionali stanno giocando un ruolo fondamentale nel diffondere notizie negative e così le dicerie riguardanti il Nepal fanno il giro del mondo. Certo che questo ha pesanti conseguenze per il turismo verso il Nepal, ma molti turisti italiani che vengono qui nonostante tutto sono poi molto sorpresi di trovare una realtà diversa da quella che si aspettavano.

Il Nepal è spesso definito «l'unico regno indù del mondo». L'induismo è generalmente sentito come un forte elemento di definizione dell'identità nazionale e individuale?
I nepalesi sono molto orgogliosi di quell'etichetta di «unico regno indù del mondo».

Sembra che il Nepal soffra di una straordinaria incapacità di trovare un terreno comune, anche sulle questioni più elementari, da parte dei partiti politici.
Dopo il ripristino della democrazia in Nepal, il governo è cambiato 13 volte in 14 anni. I partiti politici non sono riusciti a coalizzarsi per risolvere la crisi attraversata dal paese. Come ha correttamente detto lei, il Nepal soffre perché i partiti politici si sono dimostrati incapaci di trovare un durevole accordo persino sugli obiettivi più fondamentali. È mancata la volontà di trovare punti di consenso e di costruire un programma comune per il bene del paese.

La frammentazione politica sembra essere almeno uno dei motivi per il recente licenziamento del governo da parte del re Gyanendra. Al di là degli scenari più strettamente politici, quali sono state le conseguenze di questa iniziativa sulla vita quotidiana dei nepalesi?
In generale il popolo nepalese è molto felice di questo, nel senso che la mossa di sua maestà il Re ha ridato a tutti la speranza che la pace e la normalità possano essere ripristinate nel paese. Ora, per esempio, gli uffici governativi sono più efficienti e le pratiche vengono sbrigate molto velocemente e questo è molto apprezzato dalla gente comune.

Sembrerebbe che dopo la presa di posizione del governo indiano nei confronti del licenziamento del governo, re Gyanendra stia cercando di rafforzare i legami con la Cina. Come sono percepiti questi due vicini da parte della gente?
India e Cina sono entrambi paesi legati al Nepal da interessi comuni e profonda amicizia. Il Nepal vuole mantenere ottimi rapporti con entrambi.

La scrittrice nepalese Manjushree Thapa ha recentemente pubblicato un libro intitolato "Dimenticare Kathmandu: un lamento per la democrazia" e ha rilasciato interviste nelle quali sembra disperare per il futuro del Nepal almeno come paese democratico. Qual è la sua opinione a proposito di questa visione tanto pessimistica?
Non ho letto il libro, ma se Manjushree Thapa ha scritto quello che lei dice, si tratta di affermazioni inesatte. Il Nepal conserva la sua monarchia costituzionale e il suo sistema democratico pluralistico.

Grazie per la sua pazienza e la sua gentilezza, Mr Shrestha. C'è qualche cosa che vorrebbe aggiungere per i miei lettori?
Grazie a lei per avermi dato questa opportunità di dissipare i pregiudizi che danneggiano il mio paese. Vorrei solo ribadire che la situazione del Nepal sta andando verso la normalità, soprattutto grazie all'iniziativa presa da sua maestà il Re il primo febbraio.

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Iraq

A Nassiria comanda Sadr

10 04 2005 - 17:54 · Flavio Grassi

A Nassiria, come in gran parte dell'Iraq meridionale, chi davvero controlla il territorio sono le milizie sciite di Moqtada Sadr (sì, proprio quell'Esercito Mahdi che secondo gli sciocchini che si bevono i comunicati del Centcom sarebbe stato "sconfitto" un annetto fa) e per il comandante della polizia locale allearsi con loro è stata una questione di sopravvivenza, perché senza il loro aiuto sarebbero le ancora più estremiste Brigate Badr a spadroneggiare:
Se non fosse per la presenza della corrente di Sadr, le forze Badr occuperebbero ogni edificio governativo nella provincia. Dal mio punto di vista, la loro presenza è utile.

Una domanda sorge spontanea: ma i soldati italiani che ci stanno a fare a Nassiria?

Washington Post

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Italica

La casa degli zombie

10 04 2005 - 13:55 · Flavio Grassi

Anche se sono appena tornato una cosa l'ho capita di quello che è successo fra domenica e lunedì scorsi: Berlusconi e i suoi berluschini sono politicamente morti. Ma purtroppo non lo sanno e continuano ad aggirarsi fra noi come se fossero vivi.

Ci aspetta un anno durissimo: i morti viventi possono fare cose orribili e provocare danni immensi prima che ci si liberi di loro.

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Che la forza sia con voi

28 03 2005 - 09:29 · Flavio Grassi

Non potrò patire con Francesto Storace per i prossimi linciaggi demoplutomediatici che egli sopporterà col consueto distacco signorile. Mi sfuggiranno le ultime aspersioni di ricchezza felicità e santità per tutti da parte di oil-for-beauty Formigoni. Mancherò l'appuntamento con l'accorato appello finale di Silvio dalla Ricrescita Unta. Neppure un Sms potrà farmi partecipare alla trepidante attesa degli exit poll. È che devo lavorare, e mentre voi salirete al seggio sarò su tutt'altro genere di gradini.

Ne riparliamo verso il 10 aprile.

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Asia

Il futuro indecifrabile del Kirghizistan

25 03 2005 - 08:46 · Flavio Grassi

Dunque il regime di Akayev, l'ex campione della democrazia centro asiatica, è imploso nel più classico degli scenari di disfacimento statale post-dittatoriale. Nonostante tutti i tentativi di ricondurre la rivolta popolare del Kirghizistan ai modelli delle pacifiche rivoluzioni floreali, per il momento la realtà di Bishkerk è fatta di incendi e saccheggi. Come finirà non lo può sapere ancora nessuno, potrebbe formarsi di corsa una nuova leadership o proseguire la deriva verso un'anarchia da stato fallito.

Quello che è veramente sorprendente è quanto velocemente sia evaporato il governo, che si è arreso praticamente senza opporre resistenza. Non c'è stata una insurrezione generalizzata, nessuna delle manifestazioni che hanno travolto Akayev comprendeva più di qualche migliaio di persone.

Per ora non si vedono personaggi di grande statura che possano dare un nuovo impulso democratico al paese: tutti i capi della protesta sono ex alleati di Akayev caduti in disgrazia, per lo più in seguito lotte di potere e storie di corruzione più o meno giustificate.

Ma il Kirghizistan è troppo importante perché sia lasciato a se stesso. Intanto ci sono le basi militari americana e russa, a poche decine di chilometri l'una dall'altra e da entrambi considerate di importanza strategica. E poi il Kirghizistan non ha giacimenti di petrolio ma ha l'uranio. Le miniere di epoca sovietica ora sono quasi tutte chiuse ma non esaurite e alcune potrebbero riprendere la produzione. Ma soprattutto in Kirghizistan c'è l'impianto di trattamento dell'uranio di Kara-Balta.

Kara-Balta è in funzione sin dal 1952: è qui che fu concentrato l'uranio per la prima bomba nucleare sovietica. Da anni, sulla base di un accordo trilaterale, lavora uranio estratto in Kazakistan esportando il concentrato yellowcake in Russia. Ma pare che possieda anche la tecnologia per arricchire l'uranio in proprio. Difficile che venga lasciato cadere in mano a un governo meno che affidabile.

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Asia

Kirghizistan: scontri nella capitale

24 03 2005 - 10:20 · Flavio Grassi

Per le strade di Bishkek si combatte con bastoni e sassi dopo che l'opposizione ha portato le manifestazioni dalle città del sud nella capitale. Sono stati sentiti anche colpi di armi da fuoco e i manifestanti hanno tentato di entrare nel palazzo presidenziale.

Intanto nel governo cade la terza testa: dopo i ministri dell'interno e della giustizia oggi si è dimesso il segretario di stato Osmonakun Ibraimov, fino a ieri considerato il consigliere più ascoltato da Akayev e il principale ideologo del suo partito.

Reuters, Al Jazeera

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Asia

Kirghizistan, la posta in gioco

23 03 2005 - 09:20 · Flavio Grassi

La ribellione si estende e i governi dell'Asia centrale temono di essere travolti insieme ad Akayev.

Pare che dopo Osh e Jalalabad la ribellione popolare nel sud del paese abbia conquistato il controllo anche di una terza città, Pulgon. Nella capitale Bishkek finora ci sono state solo manifestazioni filogovernative orchestrate dalle autorità, ma secondo alcune voci sarebbe in preparazione una manifestazione dell'opposizione.

Se davvero la protesta si estendesse al nord e nella stessa capitale, potrebbe scattare la repressione violenta. Finora Akayev continua a presentarsi come il presidente di tutti che mai userebbe le armi contro il suo popolo. Ma ieri si è insediato il nuovo parlamento e come prima cosa ha votato una mozione per chiedere al presidente di prendere in considerazione l'opportunità di dichiarare lo stato di emergenza per reprimere le manifestazioni che ne contestano la validità.

Akayev potrebbe usare il parlamento come schermo per essere «costretto» a ordinare la repressione. Intanto ha cominciato a licenziare il ministro dell'Interno e il ministro della Giustizia per non aver saputo prevenire e contenere le manifestazioni. E ha promosso nuovo ministro dell'Interno il capo della polizia, una mossa che non promette niente di buono.

I governi degli stati confinanti sono in allarme: il Kirghizistan passava per il più democratico fra gli stati della regione e ora la ribellione potrebbe dare coraggio alle opposizioni di altri paesi. Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan stanno rafforzando i controlli alle frontiere. A Tashkent, la capitale dell'Uzbekistan, sono già stati chiusi gli uffici di diverse Ong.

Comunque vada la ribellione è probabile che l'intera regione ne sia coinvolta. Solo una ventina di giorni fa il presidente del Kazakistan Nazarbayev aveva proposto la creazione di una Unione Centro Asiatica fra Kazakistan, Uzbekistan e Kirghizistan. Gli altri due presidenti si erano già dichiarati d'accordo. L'intento dichiarato è quello di favorire il progresso economico ma molti ritengono che il vero motivo sia il consolidamento del potere di regimi che stanno traballando sotto la corruzione.

Se Akayev riuscirà a sopravvivere alle proteste è probabile che ci sia un'accelerazione nella concretizzazione del progetto, con un'involuzione autoritaria dell'intera Asia centrale. Se invece finisse per essere travolto potrebbe succedere di tutto.

AP, Reuters, EurasiaNet

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Iraq

Due anni e due giorni

22 03 2005 - 14:35 · Flavio Grassi

Chris Allbritton, il giornalista blogger non embedded è tornato a Bagdad. Si è visto salutare da tre colpi di mortaio caduti vicino al suo albergo. Due anni e due giorni dopo l’inizio della guerra che doveva essere una festosa marcia nuziale i bombardamenti quotidiani dei ribelli non fanno più notizia. E se, per le strade della capitale, ti trovi davanti un checkpoint non sai se si tratti di poliziotti o ribelli.

A Bassora invece è tutto tranquillo. A patto di non violare le norme islamiche imposte dalle milizie di Sadr, stando a quanto riferisce Healing Iraq.

Back to Iraq, Healing Iraq

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Asia

Non ci sono fiori nelle piazze del Kirghizistan

22 03 2005 - 11:46 · Flavio Grassi

Non si vedono petali di rosa né coccarde colorate nella rivolta in Kirghizistan. Il presidente Akayev aveva avvisato che ogni tentativo di rovesciare il suo governo con rivoluzioni pacifiche sul modello di quelle georgiana e ucraina sarebbe sfociato in una guerra civile, e a quanto pare ora sta facendo il possibile perché la sua profezia si avveri: poche ore fa la Commissione elettorale centrale ha ribadito la validità delle elezioni che hanno assegnato al partito del presidente 69 seggi (dei quali due ai suoi figli) su un totale di 75 del parlamento. Una dichiarazione che è una sfida aperta all’opposizione e che ritratta la parziale apertura annunciata ieri dallo stesso Akayev.

Intanto il presidente ha chiamato i suoi sostenitori a manifestare nella capitale in favore del governo e contro l’opposizione. Da parte loro gli insorti mantengono il controllo su due grandi città meridionali, Osh e Jalalabad, dove pare che una alcuni reparti delle forze di polizia si siano uniti alla ribellione.

Il problema, il grosso problema è che qui non c’è un’opposizione unita con un progetto politico alternativo. È una ribellione che si sta diffondento spontaneamente, non una rivoluzione concertata. L’innesco è stato dato dai brogli elettorali, ma ad alimentare il fuoco ci sono soprattutto le tensioni localistiche (sud in miseria contro il nord relativamente meno povero) che si intrecciano in parte con quelle etniche. La maggioranza della popolazione nel sud è di etnia uzbeka, mentre il nord è prevalentemente kirghiso con significative minoranze russe. Già alla dissoluzione dell’Urss scoppiarono violenti scontri etnici. Allora Akayev (che è kirghiso) riuscì a calmare il paese. Ma le tensioni sono rimaste e ora il carisma del presidente sembra esaurito.

AlertNet, Reuters et al.

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Asia

In Kirghizistan sale il livello dello scontro

22 03 2005 - 08:45 · Flavio Grassi

Il presidente Akayev offre una revisione dello spoglio elettorale in alcune circoscrizioni, ma pare che per l’opposizione ormai questo sia troppo poco, troppo tardi. Fino all’altro ieri esigevano negoziati nei quali fosse presente Akayev in persona, ora non gli vogliono più nemmeno parlare: «Non abbiamo niente da discutere, deve solo andarsene» ha dichiarato Roza Otunbayeva, una dei leader emergenti della ribellione.

Ieri pomeriggio i ribelli hanno occupato l’aeroporto di Osh, la seconda città del paese, e l’opposizione dichiara che tutta la città è sotto il controllo di un nuovo «Governo del popolo».

La Russia non è affatto contenta della piega che stanno prendendo le cose. L’agenzia di stampa Interfax ha diffuso un comunicato del governo di Bishkek nel quale si sostiene che la ribellione sarebbe di un colpo di stato dei narcotrafficanti. Secondo questo comunicato la situazione sarebbe sfuggita di mano all’opposizione e il sud del paese sarebbe ormai caduto nelle mani di bande criminali. Del resto subito dopo le elezioni gli osservatori della Csi, al contrario di quelli dell’Osce, avevano dichiarato che era andato tutto bene.

Da notare che sul territorio del Kirghizistan ci sono due grandi basi militari straniere: una russa e una americana.

Guardian, BBC News, Interfax, Novosti, Zaman

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