Iraq

Un posto migliore

12 04 2003 - 09:36 · Flavio Grassi

Non so chi fosse l’ospite nello studio di Otto e mezzo a cui Luca Sofri, nella sua parte di conduttore buono, un paio di sere fa ha chiesto “Insomma, lei crede che dopo questa guerra l’Iraq sarà un posto migliore o peggiore?” La domanda serviva, pare, per arginare il maltrattamento dell’ospite da parte del conduttore cattivo Giuliano Ferrara.

“Questo non lo so”, è stata la ragionevole risposta della signora. Troppo ragionevole, ovviamente, per le viscere di Ferrara, di cui non ho sentito il commento ma visto l’espressione.

Allora, sarà un posto migliore o peggiore? Non lo so nemmeno io. Spero migliore. Alla fine, quando i medici potranno mettere da parte il Kalashnikov e riprendere il bisturi.

Però i musei archeologici, quelli non ci saranno più.
Guardian, Abc News

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Giornalismo e comunicazione

Safwan è sicura. Beh, quasi

11 04 2003 - 14:47 · Flavio Grassi

Safwan, cittadina irachena sulla frontiera con il Kuwait è stata “liberata” il primo giorno della guerra. Ed è immediatamente diventata riserva di caccia di banditi, che hanno mandato via tutti i giornalisti a sassate.

Ryan Dilley della BBC è andato a vedere com’è la situazione dopo tre settimane di pattugliamento dei Royal Marines.

Migliorata. Però: “As a lump on my own head proves, some in Safwan remain outside the law and remarkably good at hitting moving targets.”

Sempre impagabile l’understatement degli inglesi.

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Giornalismo e comunicazione

Terremoto a Milano

11 04 2003 - 14:26 · Flavio Grassi

E io che non mi sono accorto di niente.

Camminavo per strada, dalle parti di corso Buenos Aires. Uno dietro di me, parlando ad alta voce al cellulare, dice: “come no, sono appena caduti cinque palazzi”. Non capivo cosa diavolo volesse dire: intorno a noi c’era qualche cantiere, ma in quel momento non c’era più rumore del solito.

Poi, quando ho sentito il giornale radio, ho capito che dall’altra parte, la sua fidanzata gli stava chiedendo notizie del terremoto. Io ero per strada e non l’ho sentito. Non ho visto nessuno correre in strada, non visto facce terrorizzate. E non ho visto scuole evacuate.

Sono diventato cieco e sordo o ci dobbiamo proprio dare una calmata su quanto strilliamo le notizie?

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Iraq

Tutto il mondo è paese

11 04 2003 - 09:36 · Flavio Grassi

Il New York Times (ma cosa faremmo se non ci fosse?) dà un nuovo dispiacere alla banda Bush mettendo in piazza l’appalto per lo spegnimento degli incendi dei pozzi petroliferi in Iraq assegnato (senza gara pubblica, ovvio) alla Halliburton.

Per chi fosse particolarmente, ma particolarmente distratto, la Halliburton è l’azienda il cui amministratore delegato era Dick Cheney, attuale v. presidente degli Stati Uniti. Dove v sta ufficialmente per “vice”, ma si può leggere anche “vero”.

L’appalto è un affaruccio da 7 miliardi di dollari, con una stima di utile netto di poco meno di mezzo miliardo in due anni.

Cosa dice l’Amministrazione a riguardo? Che non c’è conflitto di interessi perché la Casa Bianca “non interviene” nelle decisioni per gli appalti.

Mi sembra di averla già sentita, questa.

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Angoli scuri

Il naso rivelatore

10 04 2003 - 15:06 · Flavio Grassi

Chissà quante botte deve aver preso la povera Laura prima di decidersi a farlo. Forse la sera prima lui le aveva assestato un manrovescio di troppo, magari perché la minestra era un po’ salata.

Una volta presa la decisione, ci vuole poco. Nelle vecchie case di pietra di un borgo come Arnad, un barattolo di veleno per topi non manca mai. Al massimo lui si lamenterà per il sapore cattivo del caffelatte: non importa, sarà l’ultimo ceffone che le dà.

Il difficile viene dopo. Portare quel cadavere corpulento fino in cantina deve essere stata una fatica immane. L’avrà fatto rotolare giù per le scale. E poi, l’ultimo sforzo per trascinarlo fino alla “mbosa”, la buca dove una volta si tenevano le patate.

Fatto quello, il resto è facile. Raccattare un po’ di terra e calcinacci sparsi per coprire il corpo in qualche maniera. Tanto chi mai verrà a cercarlo qui? Lui avrà vomitato dappertutto prima di morire, ma a ripulire la casa lei ci è abituata. È la sua vita.

Con calma, lascia passare un paio di giorni poi va dai carabinieri a dire che suo marito è andato ad Aosta con qualcuno e non è più tornato. Come lei aveva previsto, lo cercano dappertutto tranne in casa. Devono essere giornate esilaranti per Laura. Per la prima volta nella sua vita è padrona di sè stessa.

Persino la televisione si occupa di suo marito. Lo cercano a “Chi l’ha visto?” I vicini le dicono poveretta; poi sottovoce le donne aggiungono che sta meglio sola, va là.

Non si accorge dell’odore che comincia a salire dalla cantina. Ci vive in mezzo tutto il giorno, si abitua a poco a poco, non può sentirlo. Al contrario del personaggio di Poe a cui il rimorso fa sentire rumori inesistenti, la sua felicità per la libertà conquistata le impedisce di avvertire la puzza di carogna.

Ma quell’odore di morto intorno alla casa è troppo forte perché non se ne accorgano i vicini. Arrivano i carabinieri, e lei gli racconta tutto.

Deve essergli sembrato fin troppo bello restare libera per otto mesi filati.
La Repubblica

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Eclectica

Addio Speedbird

10 04 2003 - 10:45 · Flavio Grassi

Concorde.jpg
Era il logo sulla coda della BOAC, la mitica compagnia aerea su cui volava James Bond. Ed era anche il “callsign”, l’identificativo che i piloti usano quando parlano con la torre di controllo.

C’era dentro tutto l’orgoglio ancora imperiale della tecnologia britannica in quel volatile stilizzato, e nel suo nome geniale che tradotto diventa un po’ grottesco: Speedbird, l’uccello della velocità.

E nessuno mi toglie dalla testa che—almeno da parte britannica—ci fosse dentro anche la suggestione di quella parola nel sogno del Concorde.

Il Concorde è la traduzione tridimensionale dello Speedbird, l’irruzione nel mondo fisico di un simbolo grafico, e soprattutto di una parola.

Ora British Airways e Air France hanno annunciato che il Concorde va definitivamente in pensione.

Il Concorde era anche il sogno di una rivincita tecnologica franco-britannica sullo strapotere aeronautico americano. In fondo è giusto che vada in pensione proprio oggi, il giorno dopo la vittoria dell’alleanza USA/GB nella guerra che la Francia non voleva.

Come spesso accade, lo speedbird sopravvive a sè stesso: gli aerei diventeranno pezzi da museo, la parola rimane ancora oggi il callsign della British Airways, e come nome di un club per agenti di viaggi sponsorizzato dalla compagnia aerea.

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Scienza

Se Godzilla è un bue

10 04 2003 - 09:51 · Flavio Grassi

8 aprile:

Dopo il muflone italiano tocca al banteng. Morto in combattimento 23 anni fa, nello zoo safari di San Diego in California, un esemplare di questo bue selvatico da cui discende lo zebu vive ancora. L’annuncio dell’avvenuta clonazione di questa specie protetta, con relativa nascita di due piccoli in una fattoria dello Iowa la scorsa settimana, avviene negli Usa. E i ricercatori spiegano che diventa sempre piu’ possibile salvare dall’estinzione gli animali minacciati.
Adnkronos
9 aprile:
Uno di due banteng clonati è stato sottoposto a eutanasia perché era esageratamente grosso, hanno dichiarato i suoi creatori. Il vitello di banteng era il doppio della taglia normale, una causa di morte frequente tra gli animali clonati.
Reuters

Prima o poi qualcuno avrà voglia di vedere come viene uno di questi mostri se lo si lascia vivere.

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Giornalismo e comunicazione

Così no, vi prego

9 04 2003 - 19:45 · Flavio Grassi

Da Sky News:

BAGHDAD: SADDAM FALLS
Jubilant Iraqis are celebrating the fall of Saddam Hussein’s hated regime in Baghdad.

Hundreds of locals attacked an eight-metre high bronze statue of their former dictator in the centre of the capital – then hauled it down with the help of US troops.

As the crowd gathered around the statue, some threw rocks, stones and shoes – an insult in the Arab world.

They paused as another man set about the image of Saddam with a sledgehammer.
...

Le parole chiave sono “hundreds” e “with the help of US troops”.

Traduzione: le truppe di invasione (scusatemi, non ce la faccio a chiamarle “americane”: io amo l’America, l’America è altro da questo) hanno raccattato un po’ di gente per la strada, gli hanno dato un po’ di Coca Cola e di Marlboro, e poi hanno inscenato questa roba.

Liberi di farlo. Inevitabile che lo facciano. Non è quello che mi fa paura. È il tono da propaganda sovietica della corrispondenza. Quello mi fa paura.

Non avremo mica buttato giù il Muro di Berlino per sostituire la Pravda con Sky News?

Non ci credo. Il mondo dei media non è ancora tutto Murdochlandia.

Difficile assegnare la medaglia del più becero, fra gli imbonitori stile Sky e i marines, ma finché ci sarà un un giornalista a New York, c’è speranza.

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Giornalismo e comunicazione

Lo sdoganamento del Leviatano

9 04 2003 - 14:45 · Flavio Grassi

La prima volta l’ho visto con la coda dell’occhio, mentre chiacchieravo. Mi sono detto, “sono io che ero distratto e ho capito male”. Allora ho aspettato che ripassasse e l’ho guardato con più attenzione.

Non mi ero mica sbagliato. È proprio lo spot più raggelante degli ultimi tempi.

Luce livida, interno di un ristorante squallido, due seduti a un tavolo. All’improvviso uno dei due si contorce e sbatte qua e là per la sala come se fosse posseduto dal demonio.

Non è il diavolo ma il gigantesco puntatore di un mouse che lo sbatacchia, lo trascina fuori, e infine lo lascia cadere dentro un cellulare che aspettava nel vicolo.

Tutta orgogliosa, la Hewlett Packard annuncia che oggi la polizia “combatte il crimine” con i suoi computer.

La prima reazione è pensare che la mamma avrebbe dovuto impedire ai creativi di farsi un acido guardando Blade Runner. E che appena la Carly Fiorina vede lo spot c’è in giro qualche disoccupato in più. Santamadonna, certe cose si tengono in famiglia: chi mai vorrebbe farsi bello di rendere possibile uno stato di polizia che al confronto il mondo di Farenheit 451 è un paradiso da cartolina? Per dire: la General Electric mica va in giro a fare spot su quanto sono belle le sue mine antiuomo.

Poi mi viene un pensiero più sinistro.

E se i creativi e il management della HP sapessero benissimo quello che stanno facendo? Se loro sapessero che oggigiorno il bisogno di sicurezza è sentito in maniera così forte da far passare tutto il resto in secondo piano?

La banda Bush è riuscita a vendere la guerra agli americani proprio spingendo il bottone sicurezza. E (si parva licet componere magnis) la nostra banda Bassotto non è forse arrivata al governo arrampicandosi sulla paura della gente?

Il Grande Fratello era un incubo. La tv ne ha fatto uno spettacolo. Sta già diventando un desiderio?

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Iraq

Io non le ho le parole

9 04 2003 - 12:22 · Flavio Grassi

Pictures of civilian victims

La cosa più strabiliante di questa impresa infernale è che ogni capo assassino fa benedire le sue bandiere e invoca solennemente Dio prima di andare a sterminare il prossimo.

...

Che diventano e che m’importano l’umanità, la beneficenza, la modestia, la temperanza, la dolcezza, la saggezza, la pietà, mentre mezza libbra di piombo sparata da seicento passi mi dilania il corpo, e muoio a vent’anni tra tormenti indicibili, in mezzo a cinque o seimila moribondi, mentre i miei occhi, che s’aprono per l’ultima volta, vedono la città dove sono nato distrutta dal ferro e dalle fiamme, e gli ultimi suoni che odono le mie orecchie sono le grida delle donne e dei bambini agonizzanti sotto le rovine, il tutto per i pretesi interessi di un uomo che non conosciamo?


Voltaire, Dizionario filosofico: Guerra

Era il 1764. Non abbiamo ancora imparato.

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Iraq

Il punto di vista dei giornalisti curdi

9 04 2003 - 11:10 · Flavio Grassi

Chris Allbritton, l’inviato speciale di Internet in Iraq, pubblica un comunicato del sindacato dei giornalisti curdi.

Questo il passaggio chiave:

We as Kurdistan journalists consider the Arabic Mass Media as a party that stands against the process of Liberating Iraq from dictatorship; therefore, Kurdistan journalists and all the freedom and democracy seekers of all Iraq, including all its ethnic groups and religions, strong condemn this negative propaganda that is released by the Arabic Satellite Televisions.

Traduco, perché se no che ci sto a fare qui:

Noi giornalisti del Kurdistan consideriamo i mass media arabi come un partito che ostacola il processo di liberazione dell’Iraq dalla dittatura. Pertanto, i giornalisti del Kurdistan, insieme a tutti coloro che aspirano alla libertà e alla democrazia di tutto l’Iraq, compreso ogni gruppo etnico e religioso, condannano questa propaganda negativa diffusa dalle televisioni satellitari arabe.

La sintassi è un po’ faticosa, ma il concetto è chiarissimo.

Chris spiega poi che in Kurdistan gli americani sono davvero considerati eroi liberatori.

Che disastro mediatico per Bush & C. aver praticamente costretto la Turchia a negargli il passaggio da nord. Lì le truppe americane avrebbero trovato l’accoglienza trionfale che sognavano.

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Iraq

La guerra è contro l’Euro?

8 04 2003 - 10:37 · Flavio Grassi

Secondo l’australiano Geoffrey Heard, Bush non sta facendo la guerra all’Iraq ma all’Europa. O meglio, all’Euro.

Sotto riproduco interamente il lungo articolo, che è di una decina di giorni fa e ho ricevuto per e-mail. Poi mi sono accorto che la tesi sta girando in rete da un po’, quindi forse ero io distratto.

Premetto che io sono ingravalliano, nel senso che diffido di ogni teoria che pretenda di spiegare eventi enormi come questo con un’unica chiave. Però. Però la teoria di Heard (e degli altri che la sostengono) è ben documentata e mi pare possa avere un peso notevole nello “gliuommero di concause”.

In sostanza, la tesi della “guerra all’Euro” si articola intorno a questi punti:

  1. gli Stati Uniti hanno un debito estero insostenibile
  2. tutto il mondo ha bisogno di dollari per pagare il petrolio, quindi si rassegna a comprare dollari finanziando il debito americano
  3. nel 1999 l’Iraq – secondo produttore di petrolio al mondo – ha abbandonato il dollaro e scelto l’Euro come moneta di scambio del suo petrolio; una scommessa che alla fine si è rivelata vincente dal punto di vista finanziario
  4. il “cattivo esempio” dell’Iraq rischia di contagiare altri produttori, come il Venezuela
  5. se l’Euro si rafforza come alternativa credibile al dollaro, l’economia americana collassa sotto il peso del debito estero
  6. di qui la spinta incontrollabile verso la guerra, per rimettere le cose a posto

Secondo Heard, inoltre, mentre tutti stiamo guardando l’Iraq, l’amministrazione Bush si prenderà cura del Venezuela, assicurandosi che rientri nei ranghi con un colpo di stato.

Che dire. L’astronomico debito estero americano è un fatto: ha raggiunto il 22% del prodotto nazionale lordo e, secondo proiezioni che tengono conto di una riduzione del deficit annuale nel commercio estero, nel giro di cinque anni raggiungerà il 40% del Pil. Per intenderci: l’Argentina è collassata quando il suo rapporto debito estero/Pil è arrivato al 50%.

L’amministrazione Bush è di quelle che non possono permettersi di dire agli americani che stanno vivendo al di sopra dei loro mezzi (guardatevi Donnesbury su Linus di questo mese, con Bush che non riesce a pronunciare la parola “sacrifici”). Quindi deve poter continuare a stampare dollari, e sperare che il mondo continui ad accettarli anche se – come dice Heard – ormai sono come assegni scoperti.


An Economic Perspective On The War
It’s Not About Oil Or Iraq.
It’s About The US And Europe Going
Head-To-Head On World Economic Dominance.

By Geoffrey Heard, Australia

Summary: Why is George Bush so hell bent on war with Iraq? Why does
his administration reject every positive Iraqi move? It all makes
sense when you consider the economic implications for the USA of not
going to war with Iraq. The war in Iraq is actually the US and
Europe going head to head on economic leadership of the world.

America’s Bush administration has been caught in outright lies,
gross exaggerations and incredible inaccuracies as it trotted out
its litany of paper thin excuses for making war on Iraq. Along with
its two supporters, Britain and Australia, it has shifted its ground
and reversed its position with a barefaced contempt for its
audience. It has manipulated information, deceived by commission and
omission and frantically “bought” UN votes with billion dollar
bribes.

Faced with the failure of gaining UN Security Council support for
invading Iraq, the USA has threatened to invade without
authorisation. It would act in breach of the UN’s very constitution
to allegedly enforced UN resolutions.

It is plain bizarre. Where does this desperation for war come from?

There are many things driving President Bush and his administration
to invade Iraq, unseat Saddam Hussein and take over the country. But
the biggest one is hidden and very, very simple. It is about the
currency used to trade oil and consequently, who will dominate the
world economically, in the foreseeable future—the USA or the
European Union.

Iraq is a European Union beachhead in that confrontation. America
had a monopoly on the oil trade, with the US dollar being the fiat
currency, but Iraq broke ranks in 1999, started to trade oil in the
EU’s euros, and profited. If America invades Iraq and takes over, it
will hurl the EU and its euro back into the sea and make America’s
position as the dominant economic power in the world all but
impregnable.

It is the biggest grab for world power in modern times.

America’s allies in the invasion, Britain and Australia, are betting
America will win and that they will get some trickle-down benefits
for jumping on to the US bandwagon.

France and Germany are the spearhead of the European force—Russia
would like to go European but possibly can still be bought off.

Presumably, China would like to see the Europeans build a share of
international trade currency ownership at this point while it
continues to grow its international trading presence to the point
where it, too, can share the leadership rewards.

DEBATE BUILDING ON THE INTERNET

Oddly, little or nothing is appearing in the general media about
this issue, although key people are becoming aware of it—note the
recent slide in the value of the US dollar. Are traders afraid of
war? They are more likely to be afraid there will not be war.

But despite the silence in the general media, a major world
discussion is developing around this issue, particularly on the
internet. Among the many articles: Henry Liu, in the ‘Asia Times’
last June, it has been a hot topic on the Feasta forum, an
Irish-based group exploring sustainable economics, and W. Clark’s
“The Real Reasons for the Upcoming War with Iraq: A Macroeconomic
and Geostrategic Analysis of the Unspoken Truth” has been published
by the ‘Sierra Times’, ‘Indymedia.org’, and ‘ratical.org’.

This debate is not about whether America would suffer from losing
the US dollar monopoly on oil trading—that is a given—rather
it is about exactly how hard the USA would be hit. The smart money
seems to be saying the impact would be in the range from severe to
catastrophic. The USA could collapse economically.

OIL DOLLARS

The key to it all is the fiat currency for trading oil.

Under an OPEC agreement, all oil has been traded in US dollars since
1971 (after the dropping of the gold standard) which makes the US
dollar the de facto major international trading currency. If other
nations have to hoard dollars to buy oil, then they want to use that
hoard for other trading too. This fact gives America a huge trading
advantage and helps make it the dominant economy in the world.

As an economic bloc, the European Union is the only challenger to
the USA’s economic position, and it created the euro to challenge
the dollar in international markets. However, the EU is not yet
united behind the euro—there is a lot of jingoistic national
politics involved, not least in Britain—and in any case, so long
as nations throughout the world must hoard dollars to buy oil, the
euro can make only very limited inroads into the dollar’s dominance.

In 1999, Iraq, with the world’s second largest oil reserves,
switched to trading its oil in euros. American analysts fell about
laughing; Iraq had just made a mistake that was going to beggar the
nation. But two years on, alarm bells were sounding; the euro was
rising against the dollar, Iraq had given itself a huge economic
free kick by switching.

Iran started thinking about switching too; Venezuela, the 4th
largest oil producer, began looking at it and has been cutting out
the dollar by bartering oil with several nations including America’s
bete noir, Cuba. Russia is seeking to ramp up oil production with
Europe (trading in euros) an obvious market.

The greenback’s grip on oil trading and consequently on world trade
in general, was under serious threat. If America did not stamp on
this immediately, this economic brushfire could rapidly be fanned
into a wildfire capable of consuming the US’s economy and its
dominance of world trade.

HOW DOES THE US
GET ITS DOLLAR ADVANTAGE?

Imagine this: you are deep in debt but every day you write cheques
for millions of dollars you don’t have—another luxury car, a
holiday home at the beach, the world trip of a lifetime.

Your cheques should be worthless but they keep buying stuff because
those cheques you write never reach the bank! You have an agreement
with the owners of one thing everyone wants, call it petrol/gas,
that they will accept only your cheques as payment. This means
everyone must hoard your cheques so they can buy petrol/gas. Since
they have to keep a stock of your cheques, they use them to buy
other stuff too. You write a cheque to buy a TV, the TV shop owner
swaps your cheque for petrol/gas, that seller buys some vegetables
at the fruit shop, the fruiterer passes it on to buy bread, the
baker buys some flour with it, and on it goes, round and round—but never back to the bank.

You have a debt on your books, but so long as your cheque never
reaches the bank, you don’t have to pay. In effect, you have
received your TV free.

This is the position the USA has enjoyed for 30 years—it has been
getting a free world trade ride for all that time. It has been
receiving a huge subsidy from everyone else in the world. As it debt
has been growing, it has printed more money (written more cheques)
to keep trading. No wonder it is an economic powerhouse!

Then one day, one petrol seller says he is going to accept another
person’s cheques, a couple of others think that might be a good
idea. If this spreads, people are going to stop hoarding your
cheques and they will come flying home to the bank. Since you don’t
have enough in the bank to cover all the cheques, very nasty stuff
is going to hit the fan!

But you are big, tough and very aggressive. You don’t scare the
other guy who can write cheques, he’s pretty big too, but given a
‘legitimate’ excuse, you can beat the tripes out of the lone gas
seller and scare him and his mates into submission.

And that, in a nutshell, is what the USA is doing right now with Iraq.

AMERICA’S PRECARIOUS
ECONOMIC POSITION

America is so eager to attack Iraq now because of the speed with
which the euro fire could spread. If Iran, Venezuela and Russia join
Iraq and sell large quantities of oil for euros, the euro would have
the leverage it needs to become a powerful force in general
international trade. Other nations would have to start swapping some
of their dollars for euros.

The dollars the USA has printed, the ‘cheques’ it has written, would
start to fly home, stripping away the illusion of value behind them.
The USA’s real economic condition is about as bad as it could be; it
is the most debt-ridden nation on earth, owing about US$12,000 for
every single one of it’s 280 million men, women and children. It is
worse than the position of Indonesia when it imploded economically a
few years ago, or more recently, that of Argentina.

Even if OPEC did not switch to euros wholesale (and that would make
a very nice non-oil profit for the OPE
C countries, including
minimising the various contrived debts America has forced on some of
them), the US’s difficulties would build. Even if only a small part
of the oil trade went euro, that would do two things immediately:

  • Increase the attractiveness to EU members of joining the
    ‘eurozone’, which in turn would make the euro stronger and make it
    more attractive to oil nations as a trading currency and to other
    nations as a general trading currency.
  • Start the US dollars flying home demanding value when there isn’t
    enough in the bank to cover them.
  • The markets would over-react as usual and in no time, the US
    dollar’s value would be spiralling down.

    THE US SOLUTION

    America’s response to the euro threat was predictable. It has come
    out fighting.

    It aims to achieve four primary things by going to war with Iraq:

  • Safeguard the American economy by returning Iraq to trading oil in
    US dollars, so the greenback is once again the exclusive oil
    currency.
  • Send a very clear message to any other oil producers just what
    will happen to them if they do not stay in the dollar circle. Iran
    has already received one message—remember how puzzled you were
    that in the midst of moderation and secularization, Iran was named
    as a member of the axis of evil?
  • Place the second largest reserves of oil in the world under direct
    American control.
  • Provide a secular, subject state where the US can maintain a huge
    force (perhaps with nominal elements from allies such as Britain and
    Australia) to dominate the Middle East and its vital oil. This would
    enable the US to avoid using what it sees as the unreliable Turkey,
    the politically impossible Israel and surely the next state in its
    sights, Saudi Arabia, the birthplace of al Qaeda and a hotbed of
    anti-American sentiment.
  • Severe setback the European Union and its euro, the only trading
    bloc and currency strong enough to attack the USA’s dominance of
    world trade through the dollar.
  • Provide cover for the US to run a covert operation to overturn the
    democratically elected government of Venezuela and replace it with
    an America-friendly military supported junta—and put Venezuala’s
    oil into American hands.

    Locking the world back into dollar oil trading would consolidate
    America’s current position and make it all but impregnable as the
    dominant world power—economically and militarily. A splintered
    Europe (the US is working hard to split Europe; Britain was easy,
    but other Europeans have offered support in terms of UN votes) and
    its euro would suffer a serious setback and might take decades to
    recover.

    It is the boldest grab for absolute power the world has seen in
    modern times. America is hardly likely to allow the possible
    slaughter of a few hundred thousand Iraqis stand between it and
    world domination.

    President Bush did promise to protect the American way of life. This
    is what he meant.

    JUSTIFYING WAR

    Obviously, the US could not simply invade Iraq, so it began casting
    around for a ‘legitimate’ reason to attack. That search has been one
    of increasing desperation as each rationalization has crumbled.
    First Iraq was a threat because of alleged links to al Qaeda; then
    it was proposed Iraq might supply al Qaeda with weapons; then Iraq’s
    military threat to its neighbours was raised; then the need to
    deliver Iraqis from Saddam Hussein’s horrendously inhumane rule;
    finally there is the question of compliance with UN weapons
    inspection.

    The USA’s justifications for invading Iraq are looking less
    impressive by the day. The US’s statements that it would invade Iraq
    unilaterally without UN support and in defiance of the UN make a
    total nonsense of any American claim that it is concerned about the
    world body’s strength and standing.

    The UN weapons inspectors have come up with minimal infringements of
    the UN weapons limitations—the final one being low tech rockets
    which exceed the range allowed by about 20 percent. But there is no
    sign of the so-called weapons of mass destruction (WMD) the US has
    so confidently asserted are to be found. Colin Powell named a
    certain north Iraqi village as a threat. It was not. He later
    admitted it was the wrong village.

    ‘Newsweek’ (24/2) has reported that while Bush officials have been
    trumpeting the fact that key Iraqi defector, Lt. Gen. Hussein Kamel,
    told the US in 1995 that Iraq had manufactured tonnes of nerve gas
    and anthrax (Colin Powell’s 5 February presentation to the UN was
    just one example) they neglected to mention that Kamel had also told
    the US that these weapons had been destroyed.

    Parts of the US and particularly the British secret ‘evidence’ have
    been shown to come from a student’s masters thesis.

    America’s expressed concern about the Iraqi people’s human rights
    and the country’s lack of democracy are simply not supported by the
    USA’s history of intervention in other states nor by its current
    actions. Think Guatemala, the Congo, Chile and Nicaragua as examples
    of a much larger pool of US actions to tear down legitimate,
    democratically elected governments and replace them with war,
    disruption, starvation, poverty, corruption, dictatorships, torture,
    rape and murder for its own economic ends. The most recent,
    Afghanistan, is not looking good; in fact that reinstalled a
    murderous group of warlords which America had earlier installed,
    then deposed, in favour of the now hated Taliban.

    Saddam Hussein was just as repressive, corrupt and murderous 15
    years ago when he used chemical weapons, supplied by the US, against
    the Kurds. The current US Secretary for Defence, Donald Rumsfeld, so
    vehement against Iraq now, was on hand personally to turn aside
    condemnation of Iraq and blame Iran. At that time, of course, the US
    thought Saddam Hussein was their man—they were using him against
    the perceived threat of Iran’s Islamic fundamentalism.

    Right now, as ‘The Independent’ writer, Robert Fisk, has noted, the
    US’s efforts to buy Algeria’s UN vote includes promises of re-arming
    the military which has a decade long history of repression, torture,
    rape and murder Saddam Hussein himself would envy. It is estimated
    200,000 people have died, and countless others been left maimed by
    the activities of these monsters. What price the US’s humanitarian
    concerns for Iraqis? (Of course, the French are also wooing Algeria,
    their former north African territory, for all they are worth, but at
    least they are not pretending to be driven by humanitarian concerns.)

    Indonesia is another nation with a vote and influence as the largest
    Muslim nation in the world. Its repressive, murderous military is
    regaining strength on the back of the US’s so-called anti-terror
    campaign and is receiving promises of open and covert support—including intelligence sharing.

    AND VENEZUELA

    While the world’s attention is focused on Iraq, America is both
    openly and covertly supporting the “coup of the rich” in Venezuela,
    which grabbed power briefly in April last year before being
    intimidated by massive public displays of support by the poor for
    democratically-elected President Chavez Frias. The coup leaders
    continue to use their control of the private media, much of industry
    and the ear of the American Government and its oily intimates to
    cause disruption and disturbance.

    Venezuela’s state-owned oil resources would make rich pickings for
    American oil companies and provide the US with an important oil
    source in its own backyard.

    Many writers have noted the contradiction between America’s alleged
    desire to establish democracy in Iraq while at the same time,
    actively undermining the democratically-elected government in
    Venezuela. Above the line, America rushed to recognise the coup last
    April; more recently, President Bush has called for “early
    elections”, ignoring the fact that President Chavez Frias has won

    three elections and two referendums and, in any case, early
    elections would be unconstitutional.

    One element of the USA’s covert action against Venezuela is the
    behaviour of American transnational businesses, which have locked
    out employees in support of “national strike” action. Imagine them
    doing that in the USA! There is no question that a covert operation
    is in process to overturn the legitimate Venezuelan government.
    Uruguayan congressman, Jose Nayardi, made it public when he revealed
    that the Bush administration had asked for Uruguay’s support for
    Venezuelan white collar executives and trade union activists “to
    break down levels of intransigence within the Chavez Frias
    administration”. The process, he noted, was a shocking reminder of
    the CIA’s 1973 intervention in Chile which saw General Pinochet lead
    his military coup to take over President Allende’s democratically
    elected government in a bloodbath.

    President Chavez Frias is desperately clinging to government, but
    with the might of the USA aligned with his opponents, how long can
    he last?

    THE COST OF WAR

    Some have claimed that an American invasion of Iraq would cost so
    many billions of dollars that oil returns would never justify such
    an action.

    But when the invasion is placed in the context of the protection of
    the entire US economy for now and into the future, the balance of
    the argument changes.

    Further, there are three other vital factors:

    First, America will be asking others to help pay for the war because
    it is protecting their interests. Japan and Saudi Arabia made
    serious contributions to the cost of the 1991 Gulf war.

    Second—in reality, war will cost the USA very little—or at
    least, very little over and above normal expenditure. This war is
    already paid for! All the munitions and equipment have been bought
    and paid for. The USA would have to spend hardly a cent on new
    hardware to prosecute this war—the expenditure will come later
    when munitions and equipment have to be replaced after the war. But
    amunitions, hardware and so on are being replaced all the time—contracts are out. Some contracts will simply be brought forward and
    some others will be ramped up a bit, but spread over a few years,
    the cost will not be great. And what is the real extra cost of an
    army at war compared with maintaining the standing army around the
    world, running exercises and so on? It is there, but it is a
    relatively small sum.

    Third—lots of the extra costs involved in the war are dollars
    spent outside America, not least in the purchase of fuel. Guess how
    America will pay for these? By printing dollars it is going to war
    to protect. The same happens when production begins to replace
    hardware components, minerals, etc. are bought in with dollars that
    go overseas and exploit America’s trading advantage.

    The cost of war is not nearly as big as it is made out to be. The
    cost of not going to war would be horrendous for the USA—unless
    there were another way of protecting the greenback’s world trade
    dominance.

    AMERICA’S TWO ACTIVE ALLIES

    Why are Australia and Britain supporting America in its transparent
    Iraqi war ploy?

    Australia, of course, has significant US dollar reserves and trades
    widely in dollars and extensively with America. A fall in the US
    dollar would reduce Australia’s debt, perhaps, but would do nothing
    for the Australian dollar’s value against other currencies. John
    Howard, the Prime Minister, has long cherished the dream of a free
    trade agreement with the USA in the hope that Australia can jump on
    the back of the free ride America gets in trade through the dollar’s
    position as the major trading medium. That would look much less
    attractive if the euro took over a significant part of the oil trade.

    Britain has yet to adopt the euro. If the US takes over Iraq and
    blocks the euro’s incursion into oil trading, Tony Blair will have
    given his French and German counterparts a bloody nose, and gained
    more room to manouevre on the issue—perhaps years more room.

    Britain would be in a position to demand a better deal from its EU
    partners for entering the “eurozone” if the new currency could not
    make the huge value gains guaranteed by a significant role in world
    oil trading. It might even be in a position to withdraw from Europe
    and link with America against continental Europe.

    On the other hand, if the US cannot maintain the oil trade dollar
    monopoly, the euro will rapidly go from strength to strength, and
    Britain could be left begging to be allowed into the club.

    THE OPPOSITION

    Some of the reasons for opposition to the American plan are obvious—America is already the strongest nation on earth and dominates
    world trade through its dollar. If it had control of the Iraqi oil
    and a base for its forces in the Middle East, it would not add to,
    but would multiply its power.

    The oil-producing nations, particularly the Arab ones, can see the
    writing on the wall and are quaking in their boots.

    France and Germany are the EU leaders with the vision of a
    resurgent, united Europe taking its rightful place in the world and
    using its euro currency as a world trading reserve currency and thus
    gaining some of the free ride the United States enjoys now. They are
    the ones who initiated the euro oil trade with Iraq.

    Russia is in deep economic trouble and knows it will get worse the
    day America starts exploiting its take-over of Afghanistan by
    running a pipeline southwards via Afghanistan from the giant
    southern Caspian oil fields. Currently, that oil is piped northwards—where Russia has control.

    Russia is in the process of ramping up oil production with the
    possibility of trading some of it for euros and selling some to the
    US itself. Russia already has enough problems with the fact that oil
    is traded in US dollars; if the US has control of Iraqi oil, it
    could distort the market to Russia’s enormous disadvantage. In
    addition, Russia has interests in Iraqi oil; an American take over
    could see them lost. Already on its knees, Russia could be beggared
    before a mile of the Afghanistan pipeline is laid.

    ANOTHER SOLUTION?

    The scenario clarifies the seriousness of America’s position and
    explains its frantic drive for war. It also suggests that solutions
    other than war are possible.

    Could America agree to share the trading goodies by allowing Europe
    to have a negotiated part of it? Not very likely, but it is just
    possible Europe can stare down the USA and force such an outcome.
    Time will tell. What about Europe taking the statesmanlike,
    humanitarian and long view, and withdrawing, leaving the oil to the
    US, with appropriate safeguards for ordinary Iraqis and democracy in
    Venezuela?

    Europe might then be forced to adopt a smarter approach—perhaps
    accelerating the development of alternative energy technologies
    which would reduce the EU’s reliance on oil for energy and produce
    goods it could trade for euros—shifting the world trade balance.

    Now that would be a very positive outcome for everyone.

    Geoffrey Heard is a Melbourne, Australia,
    writer on the environment, sustainability and human rights.

    Copyright Geoffrey Heard, 2003.

    Anyone is free to circulate this document provided it is complete
    and in its current form with attribution and no payment is asked. It
    is prohibited to reproduce this document or any part of it for
    commercial gain without the prior permission of the author. For such
    permission, contact the author at: gheard@surf.net.au.

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Iraq

Don’t miss it

6 04 2003 - 14:04 · Flavio Grassi

Anche se avete bisogno del dizionario, vale la pena di leggerlo.

Chris Albritton ha mandato il reportage sulla sua “Lunga Marcia” per passare dalla Turchia in Iraq.

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Iraq

Aplomb

6 04 2003 - 12:22 · Flavio Grassi

Pochi minuti fa, John Simpson, uno degli inviati della BBC embedded in una squadra di militari americani è stato ferito da una bomba lanciata da un aereo americano. Che ha ammazzato almeno una decina di soldati e un numero imprecisato di civili.

In diretta pochi minuti dopo la tragedia, sanguinante per le ferite che ha ricevuto, Simpson trova il modo di definire l’incidente “un brutto autogol” per le forze americane.

Ma soprattutto, riesce a chiudere il collegamento scusandosi per il suo tono un po’ alterato: “I am sorry to be so excitable. I am bleeding through the ear and everything but that is absolutely the case. I saw this American convoy and they bombed it.”

Come dire: perdonami, so che è umiliante essere così emozionato per un po’ di ferite, però credetemi lo stesso…

Ah, gli inglesi.

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Iraq

Sarà un film

6 04 2003 - 11:59 · Flavio Grassi

Il comando militare ha fatto di tutto per annunciare la notizia in modo che nessuno se ne accorgesse troppo. “Il colonnello Dowdy era al comando fino a tre ore fa” è stato l’unica dichiarazione del portavoce dei Marines. E non gli hanno cavato altro .

Pre un po’ è andata: la maggior parte dei grandi giornali e i network televisivi hanno sepolto la rimozione del colonnello Joe Dowdy dal comando del Primo reggimento della Prima divisione dei Marines in due righe in mezzo a un pastone sulla guerra.

Ma i blogger sono qui apposta, e non lasciano mica che una bomba così cada in silenzio come sperava l’Alto comando. Daily Kos ha preso la notizia e spiegato che il comandante del “First of the First” è davvero il primo tra i primi, è uno che è ben lanciato per arrivare molto, molto in alto. La sua rimozione sul campo è una cosa gravissima e senza precedenti.

Oltretutto, Dowdy era un comandante molto amato dai suoi marines, cosa che rende il suo licenziamento in tronco ancora più grave.

È partito il tam tam dei commenti, delle ricerche incrociate di ulteriori notizie e approfondimenti. E alla fine qualcosa che assomiglia alla verità ha cominciato a venire a galla, e si è riversata anche su giornali come il Los Angeles Times.

Il colonnello Dowdy è stato rimosso per essere stato troppo cauto nella marcia di avvicinamento a Bagdad. Cercava di avanzare con il minor numero di vittime possibile sia tra i suoi (uno dei motivi della sua popolarità) sia tra i civili lungo il percorso.

Pare che Rumsfeld fosse furioso per la lentezza dell’avvicinamento. Ma il colpo finale è stato il fatto che la Terza divisione di fanteria dell’Esercito è arrivata a Bagdad prima dei Marines.

Cosa che il Comando di divisione ha evidentemente giudicato un’imperdonabile onta. Il prudente Dowdy è stato rimpiazzato da uno scavezzacollo che ha fatto immediatamente partire i marines ordinandogli di guidare per tutta la notte attraverso il deserto con i fari accesi per andare più veloci. In guerra di solito non si fa mica così: è come giocare alla roulette russa.

La carriera di Dowdy è chiusa. Secondo qualcuno questa storia finirà inevitabilmente davanti a una corte marziale. Dove potrebbero volare stracci molto sporchi.

E tra qualche anno un produttore di Hollywood ne farà un film di successo, starring i Jack Nicholson, Tom Cruise e Demi Moore del momento.

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Giornalismo e comunicazione

Intanto infuria un’altra guerra

5 04 2003 - 11:36 · Flavio Grassi

Le armi non sono missili, carri armati e fucili, ma lettere, memorandum, statistiche.

C’entra un Powell, ma non il generale Colin. Questo si chiama Michael, ed è il chairman della Federal Communications Commission, l’agenzia governativa che regola tutto il settore delle comunicazioni.

Del tutto casualmente, poi, è figlio di Colin. Ed è stato messo lì dal governo Bush (pura coincidenza, naturalmente).

Il signor Powell ha deciso di ridisegnare tutto il sistema. Secondo lui le sei regole di fondo della commissione stanno cominciando ad andare strette all’America dell’epoca Bush.

Ecco le sei norme che regolano il mercato radiotelevisivo americano oggi:

  1. Divieto di proprietà incrociata fra televisioni e giornali.
  2. Divieto ai network nazionali di acquisire stazioni locali che coprano complessivamente oltre il 35% del territorio.
  3. Divieto di possesso di più di una stazione televisiva fra le quattro più importanti in una determinata area.
  4. Limite al possesso incrociato di stazioni televisive e radiofoniche.
  5. Limite al numero di emittenti radiofoniche possedute da qualsiasi soggetto.
  6. Divieto di fusione fra i quattro maggiori network.

Ricordo che stiamo parlando dell’America, non di Cuba.

Ovviamente, i meganetwork sarebbero immensamente felici se ciascuna di queste regole venisse cancellata con un tratto di penna: farsi la concorrenza tra ben quattro network nazionali costa. Da notare che in America un network è un network, cioè ha un solo canale nazionale. Poi, nei limiti imposti dalla legge, si arrangia come può ad allargarsi con un po’ di stazioni locali tv via cavo, canali internet.

Con una legislazione come quella americana, avremmo probabilmente tre o quattro network privati generalisti (inclusa Rai 1) che si fanno una concorrenza spietata, più una costellazione di network minori, stazioni locali, canali specializzati, ecc. Continuate a sognare.

Naturalmente, all’annuncio della volontà di mettere mano alle regole hanno cominciato immediatamente a rullare i tamburi di guerra.

Con un piccolo dettaglio: a nessuno (ma proprio a nessuno) è venuto in mente di dare del comunista, magari vetero, a quelli che difendono le regole a difesa della pluralità del mercato contro la voracità monopolistica dei meganetwork.

Come si fa a non amare l’America?

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Iraq

Qualcosa da festeggiare

4 04 2003 - 19:07 · Flavio Grassi

Christopher Albritton il giornalista indipendente di cui ho già parlato ce l’ha fatta.

Dopo una marcia estenuante (e pericolosa) è riuscito ad attraversare clandestinamente la frontiera fra la Turchia e l’Iraq, e ora si trova in Kurdistan, a Duhok.

È matto, ma ce l’ha fatta. Ora il primo giornalista veramente indipendente è sul suolo iracheno, e tra poco cominceremo a ricevere le sue corrispondenze. Senza censure e senza veline militari.

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Eclectica

Una piovra che sa di madeleinette

3 04 2003 - 15:58 · Flavio Grassi

Capita che cercando notizie sull’andamento della guerra, l’occhio colga in un angolo dello schermo una notizia che funziona come portale spaziotemporale.

La Reuters ha diffuso oggi la notizia del ritrovamento nell’Antartico di un “calamaro colossale”, un autentico mostro marino che chi come me (e il giornalista della Reuters, a quanto pare) ha letto e riletto “Ventimila leghe sotto i mari” non può non accostare immediatamente alla mitica piovra gigante con cui se l’è dovuta vedere il capitano Nemo.

È un ritrovamento importante, perché è solo la seconda volta che viene recuperata una di queste creature intera: altre volte se ne erano trovati resti nello stomaco di capodogli. Questo, o meglio questa, perché si tratta di una femmina, è rimasta impigliata in una rete di pescatori.

Pare che si tratti di un esemplare giovane: i suoi tentacoli di cinque metri sarebbero potuti crescere ancora più del doppio. Nessuno sa perché stesse pescando così vicino alla superficie, dato che normalmente l’animale, il cui nome scientifico è mesonychoteuthis hamiltoni vive a quasi un chilometro di profondità.

Interessante l’osservazione di un ricercatore: “Sappiamo così poco dell’ambiente marino. Se animali come quello si avvicinano alla superficie, cosa starà succedendo a tremila metri di profondità? Non ne abbiamo idea.”

Viviamo su un pianeta occupato per due terzi da un ambiente che non conosciamo. Meno male: possiamo continuare a sognare.

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Giornalismo e comunicazione

Viaggi e informazione

3 04 2003 - 09:01 · Flavio Grassi

Due ore dopo l’apertura di questo sito, sono stato visitato da qualcuno che aveva inserito le parole “polmonite india” in un motore di ricerca.

È un segnale di quanta ansia le notizie sull’epidemia generino in chi deve viaggiare. E forse anche di quanto l’informazione non riesca a dare risposte convincenti a queste ansie.

Il problema non riguarda solo la polmonite: l’informazione italiana tende a essere altamente emotiva in generale, ma quando si tratta di argomenti che hanno a che fare con i viaggi, il tono tende a diventare semplicemente isterico.

Si capisce: le vacanze sono un momento molto caricato di aspettative emotive, e viaggiare è comunque sempre una situazione di stress. Così giornali e telegiornali danno al pubblico quello che ritengono il pubblico voglia: emozioni. Sia che uno decida di cavalcare la paura sia che faccia il pompiere, quello che comunica a lettori e spettatori sono conclusioni preconfezionate.

Ma il compito non sarebbe quello di informare e basta? Non si tratta di tranquillizzare piuttosto che di accentuare i timori. Non possiamo provare a raccontare le cose semplicemente come stanno e poi ognuno ne tira le proprie conclusioni?

Donchisciottesco, ma ne riparleremo.

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Viaggi

In qualcosa siamo i primi

30 03 2003 - 16:47 · Flavio Grassi

In mezzo a un’orgia pubblicitaria di siti per trovare fanciulle disponibili, di programmi per farsi un fisico bestiale onde far colpo sulle suddette, e di flaconi di Viagra per concludere onorevolmente la serata, Ask Men il “portale degli uomini”, si dedica con determinazione a stilare classifiche di tutto il classificabile dal punto di vista turistico.

L’Italia conquista un prestigioso primo posto nella categoria “gemme sconosciute”. A regalarci l’ambito riconoscimento sono le Cinque Terre.

Solo il quinto posto, invece, per gli Uffizi nella categoria “musei d’arte”. Ci consoliamo con l’onorevole secondo piazzamento dei Musei Vaticani. Tanto più che la collocazione è descritta come “Vatican City, Italy”.

La nostra guerra per liberare Città del Vaticano dalla dittatura del Papa deve essere stata così veloce che, distratto come sono, non me n’ero accorto.

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Iraq

La speranza è nei delfini

30 03 2003 - 16:41 · Flavio Grassi

È noto che il cervello dei delfini è più grosso di quello degli umani: in media circa 1600 grammi contro i nostri 1500. E a quanto pare i delfini sanno usare il loro etto di cervello in più.

Il delfino Takoma, orgoglio della marina statunitense per la sua abilità di artificiere marino, ha disertato alla sua prima missione di sminamento del porto di Umm Qasr (per chi non conosce il gergo militare inglese: l’acronimo “awol” usato nell’articolo del Times vuol dire “absent without leave”).

Gli auguriamo di aver incontrato una graziosa delfinetta locale e di metter su famiglia con lei. Una bella famigliola interetnica alla faccia di chi gli ha ordinato “armiamoci e partite”.

Pierre Boulle, l’autore del romanzo da cui è stata tratta la serie del “Pianeta delle Scimmie”, si era sbagliato: quando avremo finito di distruggere la nostra civiltà non saranno gorilla e scimpanzé a prendere il nostro posto.

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Iraq

Il nostro corrispondente è in viaggio

29 03 2003 - 11:24 · Flavio Grassi

Cristopher Allbritton, che giustamente George Paine chiama “il primo corrispondente di guerra in esclusiva per Internet” ottenuto il visto per la Siria, da cui conta poi di entrare nel Kurdistan iracheno, e ha cominciato a scrivere i suoi reportage.

Per ottenere il visto ha dovuto negare di essere un giornalista. Già. Gli amici giornalisti che mi leggono lo sanno bene: l’abbiamo fatto tutti, lo facciamo continuamente. La casella “professione” sulle carte di sbarco è una delle palestre della fantasia giornalistica. Anche quando si va in zone in cui non c’è nessuna guerra.

Non che i reporter non siano amati: tutti vogliono tanto bene ai giornalisti che li vogliono proteggere, coccolare, “facilitare”, accompagnare. Tenere gentilmente al guinzaglio, insomma, prima che vadano in giro a curiosare dove non dovrebbero come alcuni hanno il vizio di fare.

La buona notizia per Christopher è che, a quanto pare, se fosse catturato dalla polizia irachena il peggio che gli potrebbe capitare sarebbe di ottenere un accredito ufficiale, come è successo ai sette giornalisti italiani.

La cattiva notizia è che nel Kurdistan la polizia irachena non si vede da anni, naturalmente.

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Viaggi

Povere compagnie aeree

28 03 2003 - 16:23 · Flavio Grassi

Il dispaccio Reuters che parla della situazione delle compagnie aeree è il bollettino di una disfatta.

La settimana prossima toccherà alla American Airlines portare i libri in tribunale. Mancava solo la numero uno per completare il podio delle maggiori compagnie del mondo: United Airlines e US Airways sono già in amministrazione controllata da un po’, insieme ad altre compagnie minori.

Intanto la Quantas taglia i voli del 20% (più per la polmonite che per la guerra).

E la Kuwait Airways sospende i voli per l’India: pare che il riempimento fosse sceso al 10%. Ora: il 10% di un aereo da 350 posti fa 35 passeggeri paganti su ogni volo.

L’unica cosa sorprendente è che riuscissero a trovarne così tanti.

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Iraq

Gli Alieni hanno rapito Blair

28 03 2003 - 10:13 · Flavio Grassi

E si sono impossessati del suo corpo.

Non riesco a trovare altre spiegazioni al comportamento dell’ex idolo del New Labour (e mio, accidenti! quando imparerò?).

Ieri è andato in giro a dire che gli iracheni avevano “giustiziato” due soldati inglesi. Oggi il Daily Mirror racconta di come i familiari di uno di quei poveri disgraziati siano indignati per questa balla. A loro i militari l’hanno raccontata giusta. Il loro ragazzo (24 anni, porca vacca) è morto in un’imboscata. Terribile, ma oh! è la guerra: succede.

Oggi gli inglesi stanno dicendo che gli iracheni sparano colpi di mortaio sui civili che scappano. E soprattutto, che finalmente hanno trovato dei prigionieri iracheni disposti a cantare la musica giusta: al-Qaeda combatte a fianco di Saddam!”.

George Paine, probabilmente il meglio informato dei blogger americani che si occupano della guerra, non ci crede.

Avete notato che da quando è cominciata l’invasione le più grosse le sparano sempre gli inglesi?

Non c’è altra spiegazione: il corpo di Blair è occupato da un alieno.

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Iraq

Un giornalista!

27 03 2003 - 10:11 · Flavio Grassi

Le bombe non mancano, i morti figuriamoci.

Ma nonostante l’impressionante dispiego di telefoni satellitari, corrispondenti “embedded” e via dicendo (o forse proprio a causa di tutto questo), di giornalismo finora se ne vede pochino. Disperso, “missing in action”.

Però ogni tanto i dispersi ricompaiono.

Christopher Albritton è un giovane reporter americano che ha lavorato fra l’altro per l’Associated Press. Ora ha deciso di andare in Iraq come giornalista indipendente, sostenuto solo dai suoi lettori.

E’ partito ieri dopo aver raccolto via web contributi per oltre 10.000 dollari e promette di fare quello che i giornalisti dovrebbero fare sempre: raccontare quello che vede. Senza firmare giuramenti di autocensura, senza sottostare alle pressioni di interessi più o meno palesi.

Forse, senza volerlo, la guerra più informatica e disinformatica che si sia mai vista sta producendo l’embrione di quello che, se si diffondesse, potrebbe diventare una specie di rivoluzione. Potrebbe addirittura tornare in circolazione una figura che credevamo confinata per sempre nel tempo mitico del sogno: il giornalista che risponde solo ai suoi lettori.

Christopher pubblicherà i suoi articoli su Back to Iraq il weblog che ha appena aperto. Ma i suoi sostenitori avranno il vantaggio di ricevere in anticipo gli articoli via e-mail.

Forza, diciamogli in bocca al lupo con la carta di credito.

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