Italica

Il fascino della fascina

22 03 2005 - 07:20 · Flavio Grassi

C’è in giro una squadra di blog neocon teocon meocon patacon—di destra, insomma—che ha deciso di gridare al mondo il suo verbo liberale. Così, tanto per cominciare a dimostrare cosa siano l’individualismo e l’indipendenza di pensiero, i Nostri sono scattati sull’attenti e si sono messi in marcia allineati e coperti pubblicando tutti lo stesso post. Ora sono in assemblea per decidere quale nome darsi. Dopo sceglieranno l’inno e la divisa. Il motto sprezzante, quello ce l’hanno già. Certo, «Blog moralmente inferiore» è ben fiacco rispetto al folgorante «Me ne frego!» dannunziano. Ma anche loro, in fondo, sono solo blog, e il motto non lo possono tatuare sui possenti fasci di muscoli, al massimo lo disegnano su una fascetta di cristalli. Liquidi.

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Asia

Rivolta in Kirghizistan

21 03 2005 - 09:53 · Flavio Grassi

La situazione in Kirghizistan è estremamente confusa. Dopo il secondo turno delle elezioni parlamentari, con la vittoria dei candidati del presidente-padrone Askar Akayev, l’opposizione è scesa in piazza accusando il governo di brogli. Sono stati occupati edifici pubblici, forse uccisi a bastonate quattro (o dieci) poliziotti. Gira addirittura la voce (smentita dalle autorità) che Akayev abbia abbandonato il paese.

Europa e Stati Uniti per ora sono cauti: invitano le parti al dialogo.

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Medio Oriente

La brace fra i cedri

19 03 2005 - 09:53 · Flavio Grassi

La tensione in Libano è sempre più alta, la gioiosa Rivoluzione dei cedri passeggia su una pietraia instabile dove bisogna fare molta attenzione a come ci si muove. E in questa situazione delicatissima l’ex signore della guerra cristiano Michel Aoun insiste con gli annunci del suo imminente ritorno a Beirut.

Chi vuole bene ai ragazzi di Beirut dovrebbe dare a uno come Aoun un ceffone in bocca ogni volta che fa questi annunci. E obbligarlo a continuare la sua vita da pensionato di lusso a Parigi: permettergli di tornare in Libano sarebbe come gettare un mozzicone di sigaretta acceso in un bosco secco.

Aoun è quello che fino al 1990 era sostenuto politicamente, finanziariamente e militarmente da Saddam Hussein e tentò in ogni modo di impedire gli accordi di Taif. La sua carriera e la guerra civile libanese finirono insieme quando Assad padre ebbe da Bush padre il permesso di cacciarlo.

Ma in omaggio al solito principio per il quale la comunanza di nemici rende amici ora Aoun è diventato il cocco del governo Bush, la cui incapacità di imparare dagli errori è davvero fenomenale.

Reuters, AlertNet, Haaretz

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Mondo

Chi guarda vede

18 03 2005 - 14:24 · Flavio Grassi

I paleoconservatori hanno un pregio: osservano la realtà per quello che è. Di solito le loro analisi sono basate su fatti concreti, non sui deliri lisergici indotti dal trotzkismo andato a male dei neocon.

Prendete Oliver North, per esempio. Proprio lui, il braccio di san Ronald Reagan nella faccenda Iran-contras, quello che aveva fatto del corpo dei Marines una succursale del narcotraffico mondiale (non per arricchimento personale, eh, solo per comprare le armi ai terroristi, che però in quel caso – essendo che il terrore era rivolto contro un governo comunisteggiante – si chiamavano freedom fighters).

Oggigiorno il nostro Ollie tiene una seguita rubrica di geopolitica su un sito conservatore e lui è uno dei pochi commentatori ai quali non sia sfuggita l’importanza della visita di Khatami in Venezuela. Né la forza dell’arma petrolifera o l’importanza della «Al Jazeera sudamericana», giustamente paragonata agli acquisti di armi e aerei militari.

Insomma, North e Pfaall hanno visto quasi le stesse cose (e per carità non era così difficile, bastava guardare). Poi provate a indovinare cosa dovrebbe fare Bush secondo l’ex colonnello.

Townhall

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Mondo

La silenziosa fuga dal dollaro

17 03 2005 - 11:20 · Flavio Grassi

Ieri la banca centrale ucraina ha annunciato che abbandonerà il dollaro come divisa di riferimento in favore di un paniere di valute imperniato sull’euro. Le riserve in euro saranno portate gradualmente al 25% della riserva valutaria totale del paese.

L’Ucraina è solo l’ultima in ordine di tempo a unirsi alla colonna di banche centrali in allontanamento dal dollaro. Allontanamento che avviene con la cautela e la discrezione tipici della grande finanza: tutti avrebbero troppo da perdere se si innescasse una reazione di panico. Sta di fatto che la Corea del Sud, il Giappone, la Russia e persino la Cina, che finora ha fatto tutto il possibile per puntellare le quotazioni del dollaro, ultimamente comprano pochi biglietti verdi.

E così i miei incassi in dollari valgono sempre meno, accidenti.

Daily Fx

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Figuracce

Il peggio della vecchia Italia

17 03 2005 - 06:59 · Flavio Grassi

Quel che penso del prestigio internazionale del nostro telepremier l’ho già scritto un anno e mezzo fa.

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Medio Oriente

L'Iran addestra la polizia afghana

15 03 2005 - 09:44 · Flavio Grassi

Un nuovo piccolo ma significativo tassello nel quadro dell’affermazione dell’Iran come potenza regionale di riferimento. Mentre i militari americani nell’Afghanistan occidentale stanno chiusi nelle loro basi, si annoiano come la guarnigione del Deserto dei Tartari e si preparano ad abbandonare il territorio del tutto, l’Iran addestra la polizia di frontiera afghana e costruisce a proprie spese posti di guardia in territorio afghano.

Dopo l’abbattimento del regime talebano l’Afghanistan, praticamente abbandonato a se stesso, è diventato una sorta di confederazione feudale fra signori della guerra che si spartiscono il territorio e i profitti del traffico di oppiacei. In tre anni il paese è diventato il primo produttore di oppio al mondo: oggi l’economia dell’oppio vale il 60% del Pil afghano e il 90% dell’eroina venduta nel mondo viene da qui.

Le scarse truppe americane pensano solo a difendere le basi e a dare la caccia ai talebani superstiti, così interviene l’Iran a fornire assistenza al governo Karzai per tentare di contenere l’espansione dei narcotrafficanti.

AlertNet, Reuters, Daily Times

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Medio Oriente

La coperta corta del parlamento libanese

15 03 2005 - 07:36 · Flavio Grassi

Pari e patta, dunque. A me i numeri che girano da entrambe le parti continuano a sembrare un po’ munchauseniani: con un milione di qua e un milione di là sarebbe scesa in piazza più di metà dell’intera popolazione libanese. Solo a Beirut, senza contare i duecentomila della manifestazione Hezbollah di domenica a Nabatiya.

Ma come ho già scritto, indipendentemente dall’attendibilità o meno dei meri dati aritmentici, resta il fatto che si tratta di manifestazioni di dimensioni imponenti.

Cosa ne ricaviamo? Tralasciando le sciocchezze sul &contagio democratico» (in Libano votano, con competizioni elettorali anche molto accese, da decenni: figuriamoci se avevano bisogno di guardare l’Iraq per svegliarsi), direi che siamo di fronte a prove di mobilitazione in vista delle elezioni di maggio.

Se dovessimo giudicare dalla partecipazione alle manifestazioni dovremmo concludere che oggi Hezbollah conta grosso modo quanto gli tutti gli altri (cristiani, drusi e sunniti) messi insieme, o poco meno. Dato che quadra con le stime sulla composizione religiosa che, in assenza di dati ufficiali, danno gli sciiti intorno al 40% della popolazione.

Questo è un problema, perché la il trattato di Taif prevede che i seggi in parlamento siano divisi esattamente a metà fra cristiani e musulmani. Il lato musulmano è una coperta troppo corta per sciiti, drusi e sunniti: qualcuno sarà necessariamente sottorappresentato e scontento.

Quanto scontento lo vedremo.

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America

L'imperatore sdentato

13 03 2005 - 18:02 · Flavio Grassi

Chavez e KhatamiC’è un che di provocatorio, addirittura di beffardo, nella visita ufficiale del presidente iraniano Khatami in Venezuela. Due dei governi che l’amministrazione Bush considera arcinemici e sponsor del terrorismo internazionale si incontrano, sbandierano la loro reciproca amicizia e mandano all’iperpotenza planetaria messaggi sprezzanti. Dichiarano apertamente la comune intenzione di usare il petrolio non più come un semplice strumento di pressione economico-diplomatica ma come una vera e propria arma di dissuasione nei confronti dell’aggressività americana.

Gli iraniani dicono chiaro e tondo che non rinunceranno mai a produrre autonomamente combustibile nucleare e Chávez di rincalzo afferma che hanno ogni diritto di sviluppare la loro tecnologia come credono. Sabato, proprio mentre Khatami sta concludendo la sua visita, Sirous Nasser il capo della delegazione iraniana che a Vienna sta discutendo con l’Unione Europea dichiara che gli americani «allucinano» se credono davvero che la rinuncia all’arricchimento dell’uranio sia sull’agenda dei negoziati. Il tutto mentre Israele, attraverso il solito «scoop» di giornalisti compiacenti, comunica con dovizia di particolari di essere pronto a bombardare gli impianti nucleari iraniani.

E non è che qualcuno pensasse di farla franca: il giorno prima dell’arrivo di Khatami a Caracas il governativo Tehran Times ha pubblicato integralmente un lancio Reuters intitolato: «La visita del leader iraniano a Caracas potrebbe irritare gli Usa». E il concetto è ribadito nel primo paragrafo.

Che gli prende a Khatami e Chávez per provocare così apertamente gli Stati Uniti, sono forse mossi da pulsioni suicide? Non credo. La partita che si sta giocando è complessa, si gioca su più livelli e sta velocemente cambiando gli equilibri mondiali.

Osservo per inciso che il tutto sta succedendo nella più beota distrazione della stampa italiana. Per dire: oggi Il Sole 24 Ore è riuscito a strillare in prima pagina, con una grande foto di Khatami, un articolo sulle sue dichiarazioni a proposito del nucleare senza accorgersi che quelle dichiarazioni erano state rilasciate a Caracas e appoggiate dal presidente venezuelano.

Per cominciare a capire cosa succede bisogna osservare gli eventi da almeno due punti di vista. Uno è quello delle sfide verbali e simboliche al governo americano; l’altro è la straordinaria attività di costruzione di concreti legami politici ed economici che prescindono dagli Stati Uniti. Questo, e non l’ipotetica democratizzazione del mondo arabo che per il momento è molto più nei desideri che nei fatti, è il meccanismo più significativo messo in moto dalla guerra in Iraq e in generale dagli atteggiamenti dell’amministrazione americana nelle questioni internazionali.

Dopo due tappe in Croazia e Bosnia Erzegovina, Khatami è arrivato a Caracas giovedì. Solo il giorno prima, mercoledì, Chávez era ancora a Parigi a conclusione di un tour nel corso del quale aveva già visitato Uruguay, India e Qatar.

A Parigi il presidente venezuelano ha incontrato Chirac, ma soprattutto ha avuto riunioni di lavoro con i vertici della Total e ha firmato accordi per raddoppiare l’estrazione di petrolio venezuelano da parte dei francesi.

Finora l’India non ha mai acquistato petrolio venezuelano. Durante la sua visita a Delhi e Calcutta Chávez si è assicurato qualcosa che va al di là di qualche semplice contratto di fornitura. Ha siglato accordi per importanti joint venture incrociate: l’India investirà nell’estrazione di petrolio venezuelano e a sua volta il Venezuela investirà nella costruzione di raffinerie in India. A contorno, accordi di collaborazione industriale nella siderurgia e produzione di macchine agricole.

La tappa in Qatar è interessantissima. Più per le omissioni che per quanto appare nei comunicati ufficiali. I quali parlano delle solite cose: istituzione di una camera di commercio, collaborazione petrolifera e industriale. Importanti, certo. Ma il Qatar è il più piccolo dei paesi dell’Opec e ha riserve in rapido esaurimento. E con 800.000 abitanti e un territorio per il 98% desertico, non è che possa diventare un cliente strategico per i trattori venezuelani. Ma il Qatar è soprattutto la sede di Al Jazeera, la televisione più odiata dal Pentagono.

I comunicati non parlano di accordi di collaborazione in campo televisivo ma è praticamente certo che se ne sia parlato, e probabilmente sono stati il vero fulcro dei colloqui, visto che a Doha Chávez si è portato anche il ministro delle Comunicazioni Andres Izarra.

Il fatto è che proprio in Venezuela sta nascendo Telesur, una televisione satellitare pancontinentale che ha tutte le intenzioni di diventare la Al Jazeera sudamericana. Telesur è un progetto fortemente voluto proprio da Chávez, ma vi partecipano supportandolo finanziariamente e tecnicamente anche i governi di Argentina, Brasile, Uruguay e altri paesi.

L’Uruguay, appunto: la prima tappa del tour di Chávez. Ma è interessante soprattutto la partecipazione finanziaria del Brasile perché intanto è già in fase di trasmissioni sperimentali anche la sua televisione satellitare, TV Brasil. Sia il management di Telesur sia quello di TV Brasil giurano che non ci sarà concorrenza ma piuttosto collaborazione e complementarietà e il fatto che il governo brasiliano investa in entrambe dà sostanza concreta alle loro affermazioni. Presumo io che ci sarà una suddivisione linguistica: le due televisioni si scambieranno servizi tecnici e giornalistici e poi una trasmetterà esclusivamente o prevalentemente in spagnolo e l’altra in portoghese.

In ogni caso, l’intento dichiarato di Telesur e TV Brasil è di dare al pubblico sudamericano fonti di notizie globali viste dal punto di vista del Sud America e dei suoi interessi, rompendo il duopolio CNN/BBC che domina l’etere continentale. Per l’appunto un po’ quello che Al Jazeera fa nel mondo arabo e che tanto fa arrabbiare il governo Bush.

Ci sarebbe da aggiungere al quadro anche il viaggio dello stesso Chávez in Cina nel mese di gennaio, e un’infinità di altri accordi e alleanze fra paesi che tradizionalmente hanno fatto quasi tutti i loro affari con gli Stati Uniti o con l’Europa. Ma la cronaca dell’ultima settimana è già sufficiente per far emergere un’immagine chiara.

L’invasione dell’Iraq e la sistematica demolizione degli accordi internazionali da parte di un governo che manda a rappresentarlo all’Onu un signore che si diverte a fare dichiarazioni come «Le Nazioni Unite non esistono» o «Se potessi rifare il Consiglio di Sicurezza oggi, metterei un solo membro permanente perché questa sarebbe la rappresentazione della distribuzione di potere nel mondo» hanno persuaso molti governi che degli Stati Uniti non ci si può più fidare.

Gli Stati Uniti sono diventati un bullo deciso a imporre il proprio volere con la forza spazzando dal tavolo con una manata i trattati internazionali quando lo infastidiscono, e nello stesso tempo impugnando quegli stessi trattati come un randello quando gli fanno comodo, come nel caso del nucleare iraniano.

I bulli finiscono sempre male perché inevitabilmente gli altri si coalizzano contro di lui. E anche se è infinitamente più forte di ciascuno preso singolarmente, un bullo non può vincere contro tutti. Così mentre fino a un paio d’anni fa tutti i paesi produttori di petrolio investivano i loro ricavi in America ora cercano sbocchi diversi, perché non si può mai sapere: nessuno vuole correre il rischio di vedersi congelare i depositi nelle banche americane. Il mondo è grande e sta crescendo, si può vendere il petrolio altrove, si possono investire i ricavi altrove.

Ma c’è un altro aspetto, ancora più grave. L’invasione dell’Iraq è stata un madornale errore strategico perché usando la sua potenza militare l’America ne ha rivelato i limiti.

L’inarrestabile galoppata nel deserto dell’esercito più tecnologico del mondo è diventata un incubo quotidiano di attentati, check point e scaramucce del quale non si intravede la fine. Tutti sanno che l’occupazione dell’Iraq dovrà andare avanti per anni, nessuno si azzarda a prevedere quanti. E tutti sanno che le forze armate americane sono tirate al limite.

Nel futuro prevedibile non è possibile immaginare nessuna nuova campagna senza reintrodurre la leva obbligatoria su larga scala. E sono abbastanza sicuro che una mossa del genere metterebbe anticipatamente fine alla presidenza Bush.

E così Bush ora si trova preso fra due fuochi. Da un lato ci sono Chávez e Khatami che lo stuzzicano per mostrare al mondo che per quanto si affanni ad abbaiare non può più mordere (e non dimentichiamo Kim Jong Il che rivela di avere l’atomica). Dall’altra parte c’è l’irrequieto Sharon che sente la debolezza americana e tira Bush per la giacchetta mandandogli a dire che se non agisce ci penserà lui in prima persona, incendiando tutto il Medio Oriente come forse non riusciamo nemmeno a immaginare.

Come andrà a finire? Non lo so. So solo quello che dicono i fatti: il delirio di onnipotenza di Bush e dei suoi consiglieri sta indebolendo l’America ogni giorno che passa.

Reuters, Times Online, Tehran Times, Expatica, Venezuelanalysis, Vheadline, Houston Chronicle, Irna, Salon

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Giornalismo e comunicazione

Democrazia ipnotizzata

13 03 2005 - 09:36 · Flavio Grassi

Un’informazione libera, pluralistica e critica è una delle condizioni di base senza le quali non esiste democrazia. Cosa che tutti i regimi antiliberali sanno e che da sempre li spinge a dedicare molte energie proprio al controllo dell’informazione.

Una lunga, documentata e agghiacciante inchiesta del New York Times rivela come ormai gli americani non abbiano più la possibilità di sapere se i servizi che vedono in televisione siano produzioni giornalistiche indipendenti o comunicati di propaganda governativa. Sempre più spesso le televisioni mandano in onda come notizie quelli che in realtà sono spezzoni filmati prodotti dagli uffici stampa dei vari dipartimenti del governo e confezionati per essere indistinguibili dai servizi veri.

Formalmente è tutto regolare: volendo, i direttori dei telegiornali sarebbero liberi di dire che il servizio che sta per andare in onda è stato fornito dal tale ufficio stampa. Ma non lo fa nessuno. Il sistema funziona benissimo anche perché per difendersi dall’assalto dei network le televisioni locali (che in America sono sempre state le vere padrone dell’audience) devono produrre sempre più ore di informazione con personale e budget sempre più ridotti. I filmati del governo fanno comodo, e fa ancora più comodo spacciarli come notizie proprie.

Ma sapere chi ha prodotto una notizia è sempre importante almeno quanto la notizia stessa, e spacciando veline elettroniche come servizi giornalistici indipendenti si uccide l’informazione. Con tutto quel che ne consegue.

New York Times

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Iraq

Cartoline dall'inferno

10 03 2005 - 11:29 · Flavio Grassi

Ci sono giorni che le notizie dal’Iraq danno le vertigini:

  • il capo di un distretto di polizia e la sua scorta sono stati uccisi a un posto di blocco di ribelli in divisa da poliziotti;
  • l’attentato di ieri al ministro della pianificazione Mehdi al-Hafedh pare sia stato opera di una squadra di vigilantes stranieri che gli avrebbe sparato addosso per errore;
  • anche la Bulgaria vuole risposte da Washington sul fuoco amico americano che avrebbe ucciso un suo soldato qualche giorno fa;
  • ieri un attentato suicida ha ferito una trentina di vigilantes americani all’ingresso dell’hotel Sadeer, nel centro della zona più sorvegliata di Bagdad.

E tralasciamo i decapitati all’ingrosso, i soldati americani uccisi e feriti qua e là negli ultimi due giorni e le altre notizie del terrore quotidiano.

La Bagdad liberata assomiglia sempre di più alla Bartertown di Mad Max.

Reuters, Los Angeles Times, Houston Chronicle

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Figuracce

Christian Rocca non legge Christian Rocca

9 03 2005 - 08:30 · Flavio Grassi

Camillo, 8 marzo 2005:

Uffa
John Bolton non è un neocon, anche se come Bush, Cheney e Rice applica le tesi care ai neocon. Ma è così difficile da capire?
Ennio Caretto: “E’ il neocon per antonomasia”. No, non è vero, manco per niente.

Il Foglio, 2 ottobre 2003, «Neoconservatori a Roma» di Christian Rocca:

La presenza americana è di altissimo livello. A rappresentare l’Amministrazione Bush c’è il sottosegretario neocon al Dipartimento di Stato, John Bolton.

È così difficile da capire?

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Medio Oriente

Hezbollah mostra la sua forza in Libano

8 03 2005 - 17:35 · Flavio Grassi

Mezzo milione: secondo l’Associated Press tanti sono scesi in piazza a Beirut oggi per la manifestazione pro-Siria e antioccidentale indetta da Hezbollah. Anche se la fonte è la più grande agenzia di informazione americana, francamente la cifra mi pare un po’ esagerata: i libanesi sono quattro milioni in tutto, in proporzione 500.000 persone sarebbero più o meno l’equivalente di sette milioni di italiani in piazza a Roma.

A parte l’esattezza o meno della cifra, comunque, rimane certo il fatto che si è trattato di una manifestazione enormemente più grande di quella contro la Siria che ha entusiasmato tutti i giornali occidentali.

Certo in Medio Oriente cambieranno molte cose, ma non è detto che il risultato finale ci piaccia.

Associated Press

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È la guerra

5 03 2005 - 05:58 · Flavio Grassi

È l’Iraq.

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America Latina

Il vento progressista del Sud America

4 03 2005 - 17:56 · Flavio Grassi

Il club dei paesi sudamericani retti da governi di sinistra o centrosinistra si allarga: dopo Argentina, Brasile, Cile, Ecuador e Venezuela ora anche l’Uruguay, con l’insediamento ufficiale di Tabaré Vázquez, eletto lo scorso ottobre, ha il primo presidente socialista della sua storia.

Condivisibile—e molto interessante anche per la fonte, la radio che per statuto ha il compito di diffondere le posizioni politiche del governo americano—l’analisi di Michael Bowman per Voice of America. Due i punti fondamentali: primo, le vittorie della sinistra sono il risultato diretto del fallimento delle devastanti politiche ultraliberiste che questi paesi hanno subito per oltre un decennio dal famigerato Washington Consensus; tutti i presidenti di questa ondada di sinistra, compreso il bestianera Chávez sono ideologicamente radicali nei discorsi e pragmaticamente moderati nell’azione di governo.

Come gli altri, anche Vázquez si è affrettato a riallacciare rapporti diplomatici con Cuba. Ma la business community non è affatto preoccupata: ormai hanno imparato che la retorica e gli atti simbolici sono le caramelle che i presidenti dispensano per mantenere il consenso della base più radicale. Nei fatti però si dimostrano sempre molto business-friendly.

Più che contro il mercato sono per la gente, per la distribuzione sociale, per la riduzione delle disuguaglianze sociali, per la giustizia sociale. Ma in un quadro di mercati relativamente aperti, perché questa nuova generazione comprende perfettamente i meccanismi di funzionamento del mercato.

Questa descrizione di Riordan Roett, direttore del dipartimento di studi dell’Emisfero Occidentale alla Johns Hopkins University mi sembra, oltre che un fantastico complimento, una perfetta sintesi del programma di una qualsiasi moderna coalizione di centrosinistra.

E siccome non ci si può mettere contro un intero continente, anche i toni dell’amministrazione Bush stanno diventando più cauti. Se non bastasse l’analisi diffusa da Voa, ecco quello che il portavoce della Casa Bianca Scott McClellan ha detto ieri a proposito di Vázquez:

Il Presidente si è affrettato a congratularsi con il nuovo leader per la sua elezione e noi desideriamo lavorare insieme a lui e agli altri sulle nostre comuni priorità nell’emisfero.

Voa News, The White House

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Medio Oriente

Avanza la libertà: di insediare governi islamici

4 03 2005 - 11:58 · Flavio Grassi

Fred Kaplan analizza luci e ombre degli sviluppi in Medio Oriente e arriva a conclusioni simili a quelle di Pfaall.

Sul Libano:

L’organizzazione terroristica Hezbollah rappresenta una porzione significativa della popolazione libanese e certamente giocherà un ruolo importante in qualsiasi nuovo governo (se ne fosse in qualsiasi modo esclusa, aspettatevi la guerra civile).

In conclusione:

Vale la pena di ricordare che il piano originale dell’amministrazione Bush per la ricostruzione postbellica dell’Iraq prevedeva di tenere elezioni dopo che una assemblea provvisoria avesse redatto una costituzione. È stato il Grande Ayatollah Ali al-Sistani a insistere che prima di tutto si facessero le elezioni, a dichiarare che altrimenti nessuna costituzione sarebbe stata valida. Non avendo alternative, Bush fu costretto a cedere.

Allora chi è—chi sarà visto come—il vero promotore ed emblema della versione medio orientale della democrazia: il presidente degli Stati Uniti o il grande ayatollah? Questo preoccupante dubbio riassume tutte le incertezze che abbiamo davanti e, ancora di più, le ambiguità insite nel concetto di «libertà».

Vale la pena anche di ricordare che Sistani è iraniano.

Slate

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Medio Oriente

Sacro persiano impero

3 03 2005 - 17:21 · Flavio Grassi

Improvvisamente tutti d’accordo come non lo sono mai stati. Bush, Chirach, e ora anche Putin gridano in coro: «Via i siriani dal Libano».

A me mi piacciono le rose, ma quelle bianche sono assai delicate e già questa calca a darsi sulla voce per cacciare i siriani mi fa temere che i candidi petali possano avvizzire molto in fretta.

Defenetstrato il governo filosiriano, ora la chiave per la formazione di un nuovo governo è nelle mani di Hezbollah. E il movimento sciita, ora corteggiatissimo da tutti, è ben deciso a far pesare il suo appoggio, che non sarà concesso senza importanti contropartite politiche.

Hezbollah è sempre stato sostenuto dalla Siria. Ma le radici ideologico-religiose del movimento guardano verso l’Iran: a suo tempo i leader giurarono fedeltà eterna a Khomeini e all’ideale di uno stato islamico in Libano.

Comunque vadano a finire i negoziati con i curdi, l’Iraq sarà presto retto da un governo di ispirazione sciita clericale.

La cosa più importante che sta succedendo in tutto il Medio Oriente è che gli sciiti, che sono generalmente poveri e politicamente emarginati anche dove sono maggioranza, stanno risollevando la testa.

Succede nel piccolo Bahrein dove gli sciiti sono il 70% della popolazione come in Iraq e ora vogliono contare di più; succede persino nel covo dell’estremismo sunnita wahabi, l’Arabia Saudita, dove nelle elezioni amministrative di oggi gli sciiti, che sono una consistente minoranza, si sono precipitati a votare i loro candidati nella speranza di contare di più. La popolazione dell’Azerbaijan è in maggioranza sciita, e dopo dieci anni sotto la cleptocrazia violenta del despota Aliev il paese è una caldaia pronta per esplodere. Gli sciiti sono anche un terzo della popolazione del Kuwait, metà di quella dello Yemen, un quinto di quella del Pakistan.

Per tutti gli sciiti del mondo il faro, l’ispirazione e la speranza si chiama Iran. Badate bene, non tanto perché gli sciiti siano intrinsecamente più clericali dei sunniti. Lo sono, perché nell’islam sunnita non esiste una gerarchia ecclesiastica piramidale come in quello sciita, ma non è questo il punto. Il fatto essenziale, ripeto, è che da gli sciiti sono emarginati e oppressi dappertutto. Tranne che in Iran dove comandano loro dal 1979.

Prima di entusiasmarsi per le rose libanesi non farebbe male rinfrescarsi la memoria su come andò la rivoluzione iraniana. Forse oggi pochi ricordano che le prime proteste contro il regime fascista laico dello scià erano guidate soprattutto da movimenti laici e liberali, con in testa il Movimento di Liberazione Iraniano di Mehdi Bazargan, e che il primo governo repubblicano era guidato proprio dal liberale laico Bazargan. Il quale però fu costretto alle dimissioni pochi mesi dopo, quando la costituzione laica elaborata dal parlamento fu stracciata perché non piaceva a Khomeini. Da lì la nascita della repubblica islamica, e subito dopo il tentativo di abbatterla da parte di Saddam Hussein, il quale tutto si sarebbe aspettato tranne la resistenza al limite della follia che il suo esercito trovò da parte di una popolazione già stremata.

Oggi l’Iran è un paese con un’economia che, nonostante l’ostilità americana e tutte le inefficienze burocratico-clericali, cresce al ritmo del 7% annuo. E forse sta per diventare una potenza nucleare. A proposito, a me viene da ridere quando leggo titoli di giornale dove si evocano scenari di guerra contro l’Iran, sia auspicandoli sia deprecandoli. Ma dico, lo vedete come è ridotto l’Iraq? Bush dove li potrebbe mai trovare i soldati per attaccare un paese grande tre volte tanto e con una popolazione in proporzione?

Non lo vede solo chi non vuole vederlo: il risultato più vistoso della guerra in Iraq e della conseguente destabilizzazione di gran parte del Medio Oriente è già ora un enorme aumento dell’influenza iraniana nell’area, e siamo solo all’inizio. Non importa sapere se davvero, come sostiene qualcuno, i mullah abbiano attivamente partecipato a creare le condizioni per l’invasione americana. Quello che conta è che ne saranno i massimi beneficiari. E nessuno, anche volendo, ci potrà fare niente.

The Globe and Mail, Seattle Post Intelligenter, Washington Post, BBC News, Los Angeles Times, Pacific News Service, Maine Today, Telegraph, et al.

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Iraq

Coalizione svogliata

2 03 2005 - 18:00 · Flavio Grassi

Il nuovo presidente dell’Ucraina, democraticamente eletto in seguito alla Rivoluzione arancione, ha definitivamente deciso il ritiro delle sue truppe dall’Iraq. A partire da praticamente subito: il primo scaglione torna a casa fra un paio di settimane e poi a seguire fino a completare il ritiro entro ottobre. Con 1650 militari, il contingente Ucraino è il sesto per importanza nella ex coalizione dei volenterosi.

A metà marzo tornano a casa anche i 1700 olandesi. In febbraio, senza fare chiasso, il Portogallo ha ritirato i suoi 150 militari. Negli ultimi mesi almeno altri nove stati hanno abbandonato la coalizione: Nicaragua, Honduras, Repubblica Dominicana, Ungheria, Nuova Zelanda, Norvegia, Filippine, Thailandia, Tonga. La Polonia ha già ritirato una parte del suo contingente e ha annunciato che intende chiudere la missione entro l’anno.

Dei rimanenti, diversi hanno ridotto la loro presenza a numeri praticamente simbolici. Una decina di giorni fa è stata fatta girare la notizia che l’Australia avrebbe raddoppiato o addirittura triplicato il suo contingente in Iraq. Notizia tecnicamente vera, come sempre quando si vuole disinformare per bene. Peccato che inizialmente l’Australia avesse dispiegato 2000 soldati e attualmente ne rimangano solo due o trecento: con i 450 di rinforzo arriviamo appena a poco più di un terzo di quelli originali.

Anche il più distratto ascoltatore di telegiornali sa che non è certo perché in Iraq regni l’ordine democratico che gli alleati si stanno sfilando. Allora, tutti amici di Al Zarqawi e dei suoi sterminatori di civili?

Il fatto è che che la frequenza e i modi degli attentati rivelano una cosa molto semplice: le truppe della coalizione non hanno il minimo controllo sul territorio. Tutto quello che riescono a fare, quando ci riescono, è difendere se stesse. E allora magari qualcuno si chiede che senso ha.

BBC News, Washington Post et al.

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Africa

La rondine del Togo

26 02 2005 - 10:37 · Flavio Grassi

Una lunga striscia di terra subsahariana con una finestrella sul golfo di Guinea, abitata da cinque o forse sei milioni di persone: la mortalità da Aids rende difficile persino stimare la popolazione effettiva. Non sorprende che sia raro sentir parlare del Togo. In Togo non c’era nemmeno la politica. Fino a ieri.

Ieri invece in Togo è capitata una cosa straordinaria: è successo che l’Africa ha risolto da sola, in pochissimo tempo e senza violenza un colpo di stato istituzionale che in altri tempi sarebbe passato quasi inosservato e comunque giudicato inevitabile come le periodiche invasioni di cavallette.

Tutto è cominciato esattamente tre settimane fa. Sabato 5 febbraio il presidente Gnassingbé Eyadéma è morto per un infarto. Eyadema gestiva il paese come una proprietà privata da 38 anni. Sì, c’erano periodicamente elezioni eccetera, ma come spesso succede non si trattava che di rituali senza significato. Tant’è che appena poche ore dopo la morte del padrone, ai militari sembrò la cosa più ovvia del mondo proclamare senz’altro presidente suo figlio, Faure Gnassingbé. E siccome la Costituzione diceva alcune cose diverse, il parlamendo provvide ipso facto a cambiare la Costituzione.

Ma questa volta l’Africa ha detto no. Con una compattezza e una determinazione senza precedenti, i leader dell’Unione Africana hanno ingiunto al Togo di tenere elezioni democratiche e, per far capire agli ufficiali togolesi che non scherzavano, hanno immediatamente imposto sanzioni pesanti, compreso il divieto di espatrio ai membri del governo. Stati Uniti e Unione Europea si sono subito accodati annunciando a loro volta sanzioni.

Il Togo non è autosufficiente in niente (non ha nemmeno una centrale elettrica, per l’energia dipende completamente dal Ghana) e una reazione così decisa e unanime ha spaventato il neopresidente e l’esercito. Così ieri Gnassingbé si è dimesso ed ha annunciato che si candiderà nelle elezioni. Come previsto dalla Costituzione, l’interim sarà retto dal Capo del parlamento.

Ora, ci sono ancora molte cose che possono andare storte: garantire elezioni trasparenti in un paese che non le ha mai viste nella sua storia non è facile. Ma qualcosa si è mosso ed è significativo che sia successo proprio in Togo perché nella storia dell’Africa moderna questo piccolo paese ha una grande importanza simbolica. Nel 1960 il Togo fu il primo stato africano ad acquisire la piena indipendenza mettendo fine al protettorato francese. E appena tre anni dopo, nel 1963, fu il primo a subire un colpo di stato militare. Fra gli ex legionari ribelli c’era anche Gnassingbé Eyadéma, che conquistò definitivamente il potere quattro anni dopo.

Oggi il Togo è il primo stato africano a vedersi imporre dagli altri africani una transizione di potere decente. Magari sarebbe un po’ azzardato proclamare la primavera democratica dell’Africa. Ma una rondine è sempre meglio di niente.

AP, New York Times, Reuters, AFP

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Italica

Valori di destra

25 02 2005 - 10:05 · Flavio Grassi

Finalmente conosciamo le profonde motivazioni di pensiero che spinsero verso la politica il leader della destra italiana: Gianfranco Fini si iscrisse al Movimento Sociale Italiano perché i comunisti volevano impedirgli di vedere Berretti Verdi.

Quando volli vedere il film “Berretti verdi” con John Wayne, alcuni comunisti ci bloccarono l’accesso al cinema; abbiamo fatto a pugni e siamo entrati. Il giorno dopo a scuola mi hanno appeso sulle spalle un cartello con la scritta “fascista”. Dopo le lezioni sono andato al MSI e mi sono iscritto.

Ministero degli Affari Esteri

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Guerra e terrorismo

L'impunità dell'imperatore

25 02 2005 - 08:59 · Flavio Grassi

Maher Arar, cittadino canadese, nel 2002 fu rapito da agenti americani mentre era in transito all’aeroporto Kennedy perché sospettato di avere collegamenti con Al Qaeda. Non essendoci elementi concreti per accusarlo di alcunché fu, come molti altri, spedito segretamente in Siria per essere torturato. Già, in Siria: il regime baathista di Assad II è uno dei principali alleati dell’amministrazione Bush per le operazioni sporche contro i sospettati di appartenere a organizzazioni terroristiche.

Dopo dieci mesi di torture i carnefici siriani si persuasero che il malcapitato non aveva niente a che fare con i terroristi e Arar fu rispedito a casa. Quando si è (un po’) ripreso, lui ha deciso di fare causa al governo degli Stati Uniti.

Ora Washington dice che proprio non se ne parla di celebrare il processo: portare in tribunale il suo caso vorrebbe dire rivelare segreti di stato.

Comodo.

New York Times, The Nation, Toronto Star

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Giornalismo e comunicazione

Molto rumore per nulla, o quasi

24 02 2005 - 11:58 · Flavio Grassi

Trovo abbastanza divertente l’ondata di commenti indignati, con relative minacce di denunce eccetera, causate dalla ripubblicazione su Libero Blog di post pescati qua e là fra i blog italiani (Pfaall incluso). Non entro nel merito delle discussioni sulla filosofia del Copyleft eccetera, ma rilevo che tutta la discussione è fondata sulla non conoscenza di un dato fondamentale: questa operazione, nei modi esatti nei quali è fatta, rispetta perfettamente la legge italiana sul diritto d’autore.

Come segnalato in calce alle pagine, Libero Blog è una sezione della testa giornalistica «News2000 – Direttore responsabile Federico Luperi – Registrazione del Tribunale di Milano n°420 del 9 giugno 2000». Ora, la legge 22 aprile 1941, n. 633, «Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio», prevede esplicitamente la prevalenza del diritto di informazione sul diritto d’autore:

Articolo 65. 1. Gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l’utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell’autore, se riportato.

Questa è la norma sulla base del quale tutti i giornali riprendono quotidianamente articoli da altri giornali e riviste. Quando un giornale vuole impedire che altre pubblicazioni riprendano un determinato articolo (come avviene per esempio quando si comprano i diritti da un giornale straniero) deve riservarsi espressamente i diritti in calce a quello specifico articolo, l’indicazione di copyright generale nel colophon non è sufficiente, e il fatto che il copyright di News2000 sia difforme dal copyleft di alcuni blog fa un baffo.

Lo so che a qualcuno viene da obiettare che i blog non sono testate giornalistiche, ma rileggete bene il testo della legge: riguarda gli «articoli di attualità... e gli altri materiali dello stesso carattere», «pubblicati… o messi a disposizione del pubblico». Non ci può essere alcun dubbio che i post siano qualcosa che assomiglia ad articoli, né che siano messi a disposizione del pubblico. Ne consegue che News2000 ha ogni diritto di riprenderli citando, come fa, la fonte. E come fanno tutti i giornali può cambiare il titolo, mettere grassetti e tutto quello che vuole. Poi, astenendosi dal mettere pubblicità nella sezione Blog, quelli di Libero sono anche andati al di là del dovuto (evidentemente qualcosa sanno delle sensibilità che circolano in rete). Se poi qualcuno non vuole essere ripreso non deve fare altro che modificare il template in modo che sia riprodotta la limitazione dei diritti in calce a ogni singolo post. Ma francamente io lo troverei un po’ ridicolo.

L’unica cosa dove anche Libero sbaglia di grosso è nel disclaimer:

Poiché Italia OnLine S.r.l. si limita a ospitare gratuitamente e a fornire visibilità a contenuti tratti da blog di terze parti attraverso un processo di selezione dei testi ai sensi delle vigenti leggi, non assume responsabilità alcuna per la veridicità, accuratezza e qualità del contenuto o per le opinioni ivi espresse, di cui rimangono responsabili i titolari dei suddetti blog o gli autori dei testi.

Questo non lo può fare. Il diritto di riprendere le notizie gli viene dall’essere parte di una testata giornalistica. Ma in quanto tale, il direttore responsabile, che sta lì apposta, si assume in prima persona la responsabilità di ogni parola che sceglie di pubblicare.

Mi perdonerete se linko solo Alberto Puliafito, che per parte sua linka molti di quelli che hanno parlato della questione.

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Mondo

Il nucleare iraniano

23 02 2005 - 18:40 · Flavio Grassi

Oggi la questione del nucleare iraniano è stata al centro del colloquio fra Schröder e Bush. La notizia e la mail di Stefano, che mi chiede quali siano basi giuridiche per impedire a certi paesi e non ad altri di sviluppare armi nucleari, mi danno l’occasione per cercare di fare un po’ di chiarezza su una questione intorno alla quale di solito si fa poco più che urlare slogan.

Le basi giuridiche stanno nel Trattato di non proliferazione nucleare del 1970, sul cui rispetto vigila la Iaea, l’agenzia per l’energia atomica dell’Onu. Il trattato è stato sottoscritto e ratificato da quasi tutte le nazioni del mondo, con le vistose eccezioni di India, Pakistan e Israele. La Corea del Nord, dopo averlo sottoscritto, nel 2003 ha ritirato la sua adesione.

Essenzialmente il trattato prevede che, con l’eccezione dei paesi che avevano già costruito e fatto esplodere armi atomiche prima del 1967, cioè Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina (non vi sfuggirà la coincidenza della lista con quella dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu), tutti gli altri rinuncino al nucleare militare. I cinque stati nucleari, da parte loro, promettono vagamente di lavorare per lo smantellamento dei loro arsenali, senza alcuna scadenza. Per chi ha rinunciato alle armi atomiche il vantaggio è il diritto di ricevere tecnologia e assistenza per lo sviluppo del nucleare civile.

Quindi allo stato delle cose dal punto di vista giuridico ci sono le basi per chiedere all’Iran di non costruire armi atomiche. Per la Corea del Nord invece il fondamento giuridico non c’è più, si tratta unicamente di intervenire a livello di politica e diplomazia. Del resto, anche nel caso dell’Iran non è che il trattato, a parte la cessazione dei trasferimenti di tecnologia, preveda particolari sanzioni in caso di violazione.

Il punto però è che l’Iran nega di lavorare allo sviluppo di armi atomiche e quindi di essere in violazione del trattato. Da notare, per inciso, che lo sviluppo di centrali nucleari in Iran non è un’invenzione dei mullah: fu avviato dallo scià negli anni sessanta e la repubblica islamica non ha fatto altro che proseguire.

Bush, come nel suo stile, fa affermazioni che bonariamente si potrebbero definire inesatte: «Il motivo per cui ne stiamo parlando è che sono stati scoperti ad arricchire l’uranio dopo aver firmato un trattato dove si dice che non avrebbero arricchito l’uranio». Questo è falso: il trattato non prevede alcuna proibizione di arricchimento dell’uranio.

Il problema è che l’arricchimento dell’uranio e la separazione del plutonio sono tecnologie potenzialmente a doppio uso. Plutonio e uranio arricchito possono servire per costruire le bombe, ma fanno anche parte del ciclo del combustibile nucleare, quindi un paese che voglia essere quanto più possibile autosufficiente nella produzione di energia atomica può legittimamente costruire impianti di arricchimento. E per esempio il Giappone li costruisce senza alcuno scandalo.

Certo gli iraniani non hanno tenuto un comportamento propriamente limpido nei confronti degli ispettori Iaea: in diverse occasioni hanno tentato di tenerli alla larga dai centri di ricerca più avanzati. Riprovevole, ma fa un po’ parte del gioco, a nessuno piace mettere in mano agli altri i suoi segreti industriali.

Mentre Bush fa la voce grossa e dice «devono smettere e basta», la ragionevolissima posizione europea è che si debba offrire all’Iran una qualche contropartita (come l’ingresso nella WTO) in cambio della rinuncia allo sviluppo di queste tecnologie potenzialmente pericolose ma anche utili per lo sviluppo economico.

A me non piace pensare ai Guardiani della rivoluzione dotati della capacità di costruire missili nucleari. Ma se si vogliono risolvere i problemi bisogna partire dai fatti, non dall’ideologia.

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Europa

A cosa serve l'Europa

22 02 2005 - 13:53 · Flavio Grassi

Le forze armate britanniche cacciavano uomini e donne trovati «colpevoli» di omosessualità. Poi venne la corte di giustizia europea, che nel 1999 condannò la Gran Bretagna per violazione dei diritti umani. Nel 2000 le norme anti omosessuali furono cancellate e le corti marziali smisero di sbirciare nella camera da letto dei militari.

Secondo il Capitano di Corvetta Craig Jones, che è gay e si occupa spesso delle questioni riguardanti gli omosessuali in marina, senza il pronunciamento della corte il cambiamento sarebbe stato inimmaginabile.

Cinque brevi anni, e oggi siamo ben oltre la tolleranza: la Royal Navy sta lanciando una campagna di reclutamento esplicitamente rivolta a gay e lesbiche.

New York Times

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Venezuela

Berlusconi è diventato comunista

21 02 2005 - 11:57 · Flavio Grassi

Oppure lui e Fini non leggono i blogger di destra. Altrimenti saprebbero che stanno facendo amicizia con il diavolo castrista totalitario in persona:

18 febbraio 2005 – Rafforzamento delle relazioni tra Italia e Venezuela attraverso un fitto calendario d’incontri politici ad alto livello ed una più decisa azione di prevenzione nel contrasto alla criminalità, anche in cooperazione con gli organi di polizia dei paesi amici.

Questi i presupposti del rilancio degli investimenti italiani in Venezuela secondo gli auspici della stessa Business Community italo venezuelana, di cui il Sottosegretario agli Esteri Giampaolo Bettamio ha raccolto le istanze per poi riportarle al Vice Ministro degli Esteri del Paese sud americano Sig.ra Delsy Rodriguez ed al Vice presidente della Repubblica Rangel nel corso di due lunghi e cordiali incontri. Bettamio ha sottolineato, in particolare, l’importanza del Commissione mista di cooperazione economica Italo – Venezuelana, organo di coordinamento tra i due paesi, la cui inaugurazione a breve, alla presenza dei rispettivi Ministri degli Esteri, aprirà un capitolo nuovo nella collaborazione tra i due governi, segnando l’inizio di una serie di appuntamenti che culmineranno nella visita di Chavez a Roma nella prima metà di agosto.

Cooperazione con gli organi di polizia (vuoi vedere che gli vendono un po’ di Beretta?)... Commissione mista di cooperazione economica italo-venezuelana (Chavez sta cercando nuovi clienti per non vendere il suo petrolio a Bush e noi ci facciamo avanti)... Addirittura Chavez invitato a Roma… E poi se scopre che Chavez ama cantare Berlusconi è capace di portare il suo nuovo amico a Villa Certosa a passare qualche serata indimenticabile tra canzoni napoletane e ballate bolivariane.

Mi scappa da ridere.

Ministero degli Affari Esteri

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