Fuffa

Che l'abbia visto dalla finestra?

10 11 2004 - 10:14 · Flavio Grassi

Camillo ci informa che il governo iracheno ha un sito ufficiale. Sta qui, al quinto piano.

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Scienza

I farmaci, la genetica e la razza

9 11 2004 - 08:23 · Flavio Grassi

Dite quello che volete, a me questa cosa fa venire un piccolo brivido: la NitroMed ha commissionato una sperimentazione su base razziale del BiDil, un nuovo farmaco per il trattamento dell’infarto. Secondo i risultati della ricerca tra i neri il BiDil pare essere piuttosto efficace, mentre finora gli studi clinici comprendenti pazienti bianchi erano stati deludenti.

Bene, siamo tutti felici, la sperimentazione genetica ci porterà ad avere farmaci sempre più mirati, così invece di darmi una medicina che ha il 50% di probabilità di farmi guarire e il 10% di ammazzarmi, il mio medico mi darà quella che sa essere efficace e innocua per il 90% dei pazienti con le mie caratteristiche genetiche. Fantastico. Ma.

Ma perché cercare le differenze proprio nella razza? I ricercatori dicono che «dovevano pur cominciare da qualche parte». Però sappiamo da anni che le variazioni genetiche legate alla razza sono infinitesimali mentre sono molto più rilevanti quelle che si possono trovare fra gruppi di individui all’interno della stessa razza. E allora, perché partire proprio da un vecchio arnese arrugginito come la razza e non—che so—dalla diversa risposta al farmaco fra i biondi e i rossi, fra gli alti e i bassi, fra quelli che portano le scarpe 47 e quelli col piedino da Cenerentola? Con tante segmentazioni clinicamente più rilevanti che si potevano fare, perché partire proprio dalla razza?

Forbes

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Africa

La Costa d'Avorio non è il Ruanda. Per ora

9 11 2004 - 05:51 · Flavio Grassi

La prima cosa da fare era spegnere l’incendio e in questo il governo francese si è mosso bene. Nell’incredibile pasticcio della Costa d’Avorio c’erano tutti gli elementi per la creazione di un nuovo Ruanda. A partire dalle radio che incitavano la folla. In questi casi se ci stai a pensare sopra, dopo ti trovi a fare i dibattiti su come si sarebbe potuto evitare il massacro e non lo si è fatto. Invece questa volta il massacro è stato evitato e oggi il presidente sudafricano Mbeki arriva ad Abidjan in rappresentanza dell’Unione africana per cercare di trovare una soluzione che calmi stabilmente la situazione. Non sarà facile ma almeno ci stanno provando.

Il nodo di tutta la questione è che il presidente Gbagbo, che è arrivato al potere senza essere stato eletto, ha paura delle elezioni che si dovrebbero tenere l’anno prossimo e fa di tutto per alzare la tensione in modo da renderle impossibili.

Vedo in giro tentativi sciocchi quanto inevitabili di equiparare la situazione della Costa d’Avorio all’Iraq. Ora, io non sto qui a difendere l’orrendo Chirac né a chiudere gli occhi indulgente sulle responsabilità coloniali e sulle tentazoini neocoloniali della Francia. Ma il paragone proprio non regge.

In Costa d’Avorio ci sono 4000 soldati francesi che appoggiano una forza multinazionale Onu (Unoci) di 6200 unità. I francesi hanno fatto male a non integrare la loro missione in quella dell’Onu, che è guidata da un diplomatico del Benin mentre il comandante militare è un generale senegalese. Detto questo, è un fatto che i francesi subito dopo il loro intervento urgente quando è scoppiata la ribellione contro Gbagbo abbiano cominciato a invocare il dispiegamento di una forza multinazionale. Forza multinazionale che è stata a lungo bloccata dal governo Bush ed è potuta partire solo la scorsa primavera. Così come è un fatto che tutta l’Unione africana sia compatta nell’appoggiare la Francia in questa crisi.

Come sempre in questi casi, uscirne non sarà facile e non sarà indolore. Anche perché Gbagbo e i ribelli si fanno la guerra, ma su una cosa sono d’accordo: a morte l’arbitro. Almeno finché l’arbitro è la Francia. Probabilmente la cosa migliore sarebbe un coinvolgimento più visibile da parte dell’Unione africana e la missione di Mbeki sembra andare nella direzione giusta. Vedremo. Può ancora capitare di tutto.

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America

Lezioni di storia

8 11 2004 - 05:01 · Flavio Grassi

Che mi tocca leggere:

Ora, qualcuno dovrebbe spiegare agli intellettuali della sinistra britannica che i repubblicani nacquero precisamente sulla base di una piattaforma politica anti-schiavitù mentre i democratici erano, all’epoca, il partito schiavista.

Nell’elezione presidenziale del 1860, c’erano già tutti i segni della guerra civile che sarebbe scoppiata poco dopo. I candidati in lizza erano quattro perché al momento delle nomination entrambi i partiti, democratico e repubblicano, si spezzarono. I Southern Democrats abbandonarono il partito democratico abolizionista yankee esattamente come i repubblicani sudisti pro-schiavitù abbandonarono il partito repubblicano per formare il Constitutional Union Party. Subito dopo la sua risicatissima vittoria Lincoln chiese l’aiuto del suo avversario democratico del nord Douglas per tentare di far rientrare la secessione della Carolina del Sud. E quattro anni dopo scelse come vicepresidente il democratico, ovviamente del nord, Andrew Johnson.

Con tutte le approssimazioni del caso, l’editoriale dell’Observer sbertucciato dal numero di matricola coglie nel segno:

Negli Stati Uniti c’è già chi sta chiamando la vittoria elettorale di Bush la vendetta dei confederati, e c’è un elemento di verità in questo. Gli stati e territori che nel 1861 combatterono per il diritto di possedere schiavi hanno votato per George Bush; quelli che non lo fecero hanno votato per John Kerry.

«C’è un elemento di verità», appunto, non è una verità assoluta. Troppe cose sono cambiate da allora perché i confini siano esattamente sovrapponibili. Però confrontate la mappa dello schiavismo nel 1860 e quella delle elezioni 2004 e ditemi se non vedete somiglianze impressionanti.

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Sudan

In Darfur va sempre peggio

5 11 2004 - 04:37 · Flavio Grassi

Potremmo presto vedere il Darfur governato da signori della guerra.

È l’amara previsione dell’inviato dell’Onu in Sudan, l’olandese Pronk, che ieri ha presentato la sua relazione al Consiglio di sicurezza. La situazione è sempre più intricata, e non ha più molto senso nemmeno prendersela con il governo di Khartoum, il quale ieri stesso a Nairobi ha rifiutato di sottoscrivere un accordo che non avrebbe potuto far rispettare.

Nella regione periferica del Darfur il governo centrale non è mai riuscito ad avere un buon controllo del territorio e all’inizio della crisi, nella primavera del 2003, ha armato le famigerate milizie janjaweed per cercare di contrastare la ribellione del Sudanese Liberation Army.

Ormai però Khartoum ha perso il controllo anche delle milizie. Le quali del resto non sono le uniche responsabili delle violenze e della disastrosa situazione della popolazione: i ribelli si danno da fare almeno altrettanto provocando in continuazione le milizie.

Il disastro del Darfur viene spesso descritto come una guerra etnico-religiosa fra «arabi» (janjaweed e governo centrale) e «africani» (i Fur). Ma questa è una visione del tutto distorta che allontana dalla comprensione. Contendenti da una parte e dall’altra sono indistinguibili per tratti somatici e per religione. Non c’è nessuna delle differenze razziali che si lasciano intendere quando si descrive la cosa in questo modo.

Quella del Darfur è una guerra fra allevatori nomadi e agricoltori stanziali. I nomadi, quelli che localmente vengono chiamati «arabi» hanno bisogno di pascoli per le loro mandrie; i contadini fur hanno bisogno della terra per il loro grano. E siccome stiamo parlando di una delle regioni più aride del mondo, gli uni e gli altri hanno bisogno di molta terra per sopravvivere. È una semplificazione brutale, ma solo così si comincia a capire di cosa si tratti.

Non se ne esce solo con punizioni a un governo che ha le sue responsabilità ma ormai anche volendo ci può fare poco. Certo bisogna impedire che l’esercito sudanese continui i suoi insensati tentativi gestire la situazione spostando profughi di qua e di là. Ma non è facendo la voce grossa che ci si riuscirà, e comunque non basta. Per evitare lo sterminio la prima cosa che occorre è una forza di interposizione davvero in grado di controllare il territorio. Non è il caso del contingente dell’Unione Africana attualmente dispiegato. Ci vogliono diverse migliaia di uomini ben equipaggiati e motivati.

Ci vogliono soldi, ci vogliono, non dichiarazioni di principio. Soldi per l’emergenza e poi soldi perché chi muore di fame non sia costretto a rapinare un altro che muore di fame per stare vivo ancora un giorno. Di questo si tratta. Oppure lasciamo che se la sbrighino i signori della guerra, così non ne sentiamo parlare più e stiamo tranquilli.

Washington Post, Guardian, Reuters, Independent Online

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Fuffa

Evasioni

4 11 2004 - 10:06 · Flavio Grassi

Le elezioni saranno andate male, ma in compenso da qualche giorno Google News Italia ha fatto un salto di qualità stratosferico.

Ah. Non ve ne eravate accorti?

Ok, ok, c’è solo una fonte di notizie di evasione in più.

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America Latina

I presidenti latinoamericani discutono di debito, Haiti e Falklands

4 11 2004 - 04:14 · Flavio Grassi

Oggi e domani a Rio de Janeiro si riuniscono i presidenti dei paesi che partecipano al «Gruppo di Rio». Partito una ventina d’anni fa come forum informale, il Gruppo comprende 19 paesi dell’America Latina (Argentina, Brasile, Colombia, Messico, Panama, Perù, Uruguay, Venezuela, Cile, Ecuador, Bolivia, Paraguay, Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Repubblica Dominicana e Guyana) e ora sta lavorando per darsi una forma più ufficiale: fra i documenti messi a punto nei giorni scorsi dai ministri degli esteri e che i presidenti firmeranno al termine del vertice, c’è la definizione del gruppo come «organizzazione regionale di dialogo e intesa politica».

I punti principali sull’agenda riguardano il debito estero e Haiti. A proposito del debito il gruppo sta elaborando proposte per prendere l’iniziativa invece di subire passivamente—o al massimo respingere—le condizioni finora poste dai paesi creditori e dalle istituzioni finanziarie internazionali. Haiti è una questione che importa molto al Brasile, che guida la forza Onu che sta cercando di mettere un po’ d’ordine nel caos del paese più disastrato della regione.

Dalla riunione uscirà anche una nuova punzecchiatura per Blair: l’Argentina ha chiesto, e otterrà, l’appoggio del gruppo per la sua richiesta di avviare una trattativa sulla sovranità delle Falklands-Malvinas, trattativa della quale la Gran Bretagna non vuole sentir parlare.

MercoPress

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America

Andrà per le lunghe - anzi no

3 11 2004 - 12:54 · Flavio Grassi

Ma alla fine sarà Bush.

E in fondo va bene così. Sarà lui a dover gestire l’uscita dal pantano iracheno e probabilmente lo potrà fare con maggiore disinvoltura di quanto avrebbe potuto fare Kerry. Bush ha scatenato la guerra, da questo punto di vista non deve giustificazioni a nessuno e nessuno lo accuserà di essere fuggito. E comunque non sarà più rieleggibile quindi potrà agire senza pensare più di tanto alla prossima campagna elettorale. Kerry invece avrebbe avuto l’onere di dimostrare che non è un appeaser con tutto quel che ne consegue. Ricordate che fu il democratico liberal Johnson a guidare l’escalation in Vietnam e il repubblicano becero Nixon a ordinare di piegare la bandiera e tornare a casa.

Kerry ha perso ma ha perso incassando 54 milioni di voti popolari e almeno 252 voti elettorali. E questo (lo diceva anche Gianni Riotta ieri sera) mi sembra il dato più significativo di questa elezione. Kerry è il candidato più a sinistra che si sia visto da molto tempo a questa parte. Direi a occhio e croce dai tempi di George McGovern, che nel 1972 fu umiliato anche nel suo stato natale, portando a casa la miseria di 17 voti elettorali in tutto, 16 dal Massachusetts e 1 da Washington D.C.

Vuol dire che nella polarizzazione innescata da Bush in America è tornata la politica come non la si vedeva da decenni, con uno scontro fra visioni opposte. Clinton vinse con molti meno voti di quelli che sono valsi la sconfitta a Kerry e vinse presentandosi come l’amministratore più affidabile. In questa elezione agli americani importava poco di chi fosse il capufficio più efficiente, si sono espressi sulla posizione dell’America nel mondo. Ha vinto una visione per molti versi aberrante, ma intanto è successo che è resuscitato il dibattito politico e la sinistra ha scoperto di esistere ancora.

Smaltito il lutto obbligatorio, fra poco in campo democratico comincerà la campagna per il 2008. Con un candidato ancora più a sinistra di Kerry. E rivoluzionario anche per un altro motivo: potrebbe diventare la prima donna presidente. Salvo imprevisti, il 2008 sarà l’anno di Hillary Clinton. Finito il doppio termine di Bush, con un vice troppo vecchio per poter essere il tradizionale candidato della continuità, i repubblicani faticheranno a trovare uno sfidante con un carisma anche solo paragonabile a quello di Hillary.

Purtroppo c’è un altro convitato di pietra che ha motivo di essere soddisfatto per il risultato:

Tutto ciò ci ha reso molto facile provocare e adescare questa amministrazione. Non dobbiamo fare altro che mandare due mujaheddin nel più lontano avamposto orientale a sventolare uno straccio con scritto al-Qaida perché i generali accorrano lì procurando all’America perdite umane, economiche e politiche senza in cambio nient’altro che qualche vantaggio per le loro aziende private.

È un passaggio della cassetta di Bin Laden, tagliato nella trasmissione in video ma conservato nella sbobinatura integrale, dove Osama rivela con una chiarezza (e, purtroppo, lucidità) impressionante il suo obiettivo strategico: provocare la bancarotta economica dell’America. Se i consiglieri di Bush non rinsaviscono nel secondo mandato, è un obiettivo a portata di mano.
——
Aggiornamento: bella la mossa di Kerry che ha dato un taglio all’attesa evitando con eleganza l’avvitamento litigioso del 2000 e la figura di sore loser, incapace di perdere, che è rimasta, ingenerosamente, appiccicata a Gore. Farà bene ai democratici.

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America

La Florida si è spostata a nord

3 11 2004 - 04:19 · Flavio Grassi

Allora, in questo momento Bush sembra in vantaggio, con un distacco variabile a seconda dei network:

CNN 249 - 242
ABC 249 - 225
FOX 269 - 242
NBC 269 - 211

Il principale oggetto del contendere sono i 20 punti dell’Ohio, che alcuni danno già per assegnati a Bush e altri sostengono che non è ancora detto.

Come dice Edwards: «Abbiamo aspettato quattro anni, possiamo aspettare ancora un giorno».

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Mondo

Se un mattino d'autunno un viaggiatore

28 10 2004 - 07:07 · Flavio Grassi

Bangalore: «Non hai euro?» mi sono sentito chiedere da un cambiavalute al quale stavo porgendo i miei dollari. Non che li avrebbe rifiutati i dollari, per carità: solo preferiva ricevere euro in cambio delle rupie, se per me era lo stesso.

A partire dall’8 novembre i dollari Usa non avranno più corso legale a Cuba e il governo sta valutando la possibilità di estendere la libera circolazione dell’euro, che è già moneta corrente a Varadero e in altre località turistiche. Non solo: da ora in avanti i cubani che ricevono dollari dall’estero si vedranno prelevare una tassa di cambio del 10%. La conseguenza prevedibile è che gli esuli che mandano soldi alle famiglie chiederanno alle banche di Miami di convertire i bonifici in valute esenti dalla tassa: dollari canadesi, sterline, o euro.

In Norvegia voci autorevoli cominciano a dire che sarebbe il caso di cominciare a trattare il petrolio in euro invece che in dollari. La Russia ci sta pensando da un anno. E, anche se in superficie le questioni non sembrano collegate, la recente ratifica del Trattato di Kyoto indica che, nella migliore tradizione zarista, il piccolo padre Vladimir ora sta guardando verso Parigi e Berlino molto più che verso Washington. Se (o quando) la Russia—che è il secondo esportatore mondiale di petrolio—deciderà il gran passo, altri seguiranno. Indonesia, Malesia e Venezuela non aspettano altro. A quel punto l’euro diventerebbe inevitabilmente la divisa di riferimento dell’Opec e di tutto il mercato petrolifero.

Uno scenario molto doloroso per gli americani. Da decenni l’America vive al di sopra dei propri mezzi. È il paese più indebitato del mondo e il gioco finora ha funzionato perché tutti sono costretti a finanziare il debito comprando dollari per avere il petrolio.

Forse non è una cosa che capiterà in un weekend. Però se ne sta parlando da tempo: almeno da quando Saddam Hussein decise di abbandonare il dollaro nel 2000. Mossa che secondo alcuni analisti avrebbe almeno contribuito a consolidare la decisione americana di andare alla guerra. Ma secondo altri proprio la guerra, con l’ostilità antiamericana che ha generato, potrebbe contribuire ad accelerare il processo. Gli articoli e libri e interventi che affrontano la questione si stanno moltiplicando. Quando in scena qualcuno maneggia una pistola prima o poi si sente lo sparo, e quando di un evento inimmaginabile si parla sempre più apertamente l’inimmaginabile finisce per diventare realtà.

Quando un cambiavalute di Bangalore ti dice che preferisce avere euro invece che dollari ti viene il sospetto che il momento si avvicini e che, chiunque vinca le elezioni, l’Iraq non sarà il problema più grosso del prossimo presidente.

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Eclectica

Il volo delle calze

28 10 2004 - 04:25 · Flavio Grassi

No question, the world is a different place today.

I bostoniani potrebbero prenderci gusto a vincere.

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Italica

Palpamenti

27 10 2004 - 07:57 · Flavio Grassi

Al centrodestra berlusconiano gli osservatori sono disposti a riconoscere una politica estera palpabile

scrive Giuliano Ferrara nel giorno in cui il Presidente designato rinuncia a presentare una Commissione europea inquinata dall’impresentabile Buttiglione.

Palpabile: che si può tastare a fini diagnostici.

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Asia

Democrazia da esportazione

27 10 2004 - 06:40 · Flavio Grassi

A conclusione di un processo-farsa e dopo aver subito torture e maltrattamenti di ogni genere, in Azerbaigian sette oppositori del regime del presidente Aliyev sono stati condannati a pene fra due anni e mezzo e quattro anni e mezzo di galera.

I condannati sono leader di partiti politici, deputati e giornalisti accusati di aver partecipato alle violente manifestazioni che si sono scatenate alla fine del 2003 dopo gli spudorati brogli elettorali grazie ai quali Ilham Aliyev ha ereditato la presidenza da suo padre Heidar (già alto esponente della nomenklatura sovietica).

Per chi non lo sapesse, l’Azerbaigian partecipa alla «Coalizione dei volenterosi» che sta portando libertà e democrazia in Iraq.

EurasiaNet, Human Rights Watch

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Africa

Guinea Bissau, fallimento di una nazione

27 10 2004 - 05:28 · Flavio Grassi

Il rappresentante inglese, presidente di turno del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha avvisato che la Guinea Bissau rischia seriamente di diventare un «failed state» con tutte le conseguenze del caso. Pochi giorni fa c’è stata una rivolta dei militari di ritorno dalla missione di pace in Liberia: non avendo ricevuto il loro soldo hanno occupato le caserme e ammazzato il Capo di stato maggiore. Ora quella crisi sembra risolta, ma il problema è molto più profondo. Ormai da solo il paese è difficile che ce la faccia, ha bisogno urgente dell’aiuto internazionale.

Ma probabilmente nessun governo si muoverà fino a dopo la catastrofe. A quel punto i soliti furboni che capiscono tutto a rovescio tuoneranno indignati contro l’inerzia della «inutile» Onu.

UN News Center, Reuters

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Giornalismo e comunicazione

Fidel fa scuola

27 10 2004 - 04:59 · Flavio Grassi

Che Cuba sia «la più grande prigione di giornalisti al mondo», come la definisce Reporters sans frontières è cosa nota. Ma anche nel resto dell’emisfero la stampa non si sente tanto bene stando a quanto si sono detti i rappresentanti della Iapa (Inter American Press Association) nel corso di una riunione ad Antigua, in Guatemala. Secondo il presidente del comitato sulla libertà di stampa, nelle Americhe—Stati Uniti compresi—i giornalisti stanno subendo una «inquietante ondata di attacchi fisici, economici e legali».

Editor & Publisher

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Guerra e terrorismo

Aritmetica elementare

25 10 2004 - 05:43 · Flavio Grassi

Il 25 ottobre del 1982 mi stavo godendo dalla mia stanza nel migliore albergo di Grenada lo spettacolo di una tempesta tropicale con le palme spettinate e piegate fino a terra. Il giorno prima avevo girato tutta l’isola (non ci vuole molto), visitato la dolce fatiscenza coloniale di Saint George’s e trovato anche il tempo per farmi una nuotata.

Esattamente un anno dopo, il 25 ottobre del 1983, una tempesta molto diversa si abbattè sull’isola: spiazzando tutto il mondo, compresa la sua grande amica Margaret Thatcher, Ronald Reagan aveva ordinato l’invasione dell’isola. Inizialmente sbarcarono poco meno di 2000 marines, i quali però incontrarono una resistenza imprevista. Nelle settimane seguenti la situazione si stabilizzò solo quando la forza di occupazione arrivò a 7000 unità.

Grenada ha 80.000 abitanti. Per rispettare le proporzioni, anche tenendo conto delle economie di scala, in Iraq si sarebbero dovuti mandare almeno mezzo milione di militari, avendone già pronti un altro milione e passa da dispiegare in tempi brevissimi.

Impossibile mettere insieme una forza tanto colossale? E allora vuol dire che ti dovevi far passare il prurito perché se ti imbarchi in un’impresa senza ritorno sapendo già di non avere le risorse per vincere sei un idiota pericoloso. Nel 1991 Bush padre rifiutò di occupare il paese. Lui mezzo milione di soldati sul terreno li aveva, ma sapeva di non poter triplicare la forza. Poteva invadere ma non gestire l’occupazione e quindi riportò tutti a casa.

Dell’esistenza o meno di buone ragioni per volere la guerra si può litigare fino alla fine dei tempi e tutti la penseranno sempre come all’inizio della discussione. Ma uno che ignorando la realtà storica pensa davvero di poter occupare un paese di 25 milioni di abitanti con 100.000 militari è più alienato di Don Chisciotte e non dovrebbe amministrare neanche un condominio.

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India

E voi credevate che si trattasse solo di Bollywood

22 10 2004 - 05:57 · Flavio Grassi

Le sale cinematografiche sono sempre piene ma il cinema kannada è in crisi: gli spettatori preferiscono le pellicole malayalam e, soprattutto, quelle telugu, universalmente giudicate le migliori in assoluto. Non importa che non riescano a capire del tutto i dialoghi: la spettacolarità delle scenografie e la bravura degli attori compensano ampiamente le difficoltà linguistiche. Così i produttori di Bangalore, con l’appoggio dei nazionalisti kannada, sono riusciti a ottenere dal governo un blocco temporaneo della distribuzione dei film in altre lingue. Cosa che ha fatto infuriare i gestori delle sale, i quali hanno organizzato una serrata di protesta in tutto lo stato. La moratoria sarebbe anche stata quasi accettabile se non avesse fatto slittare di un paio di settimane l’uscita in Karnataka di Shankar Dada, l’ultima attesissima produzione telugu. Ormai la polemica è diventata un caso politico che coinvolge le relazioni fra stati e i diritti della consistente minoranza telugu residente nello stato della Silicon Valley indiana.

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Intervallo

7 10 2004 - 11:21 · Flavio Grassi

Pfaall sta dirigendo la mongolfiera verso territori dai quali difficilmente avrà occasione di diffondere i suoi granelli di informazione. E se pure l’occasione si presentasse, lo spirito la sdegnerebbe. Ne riparliamo il 21 ottobre. Forse il 22. O il 23.

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Asia

Giornalisti pakistani nel Kashmir indiano

5 10 2004 - 05:06 · Flavio Grassi

Continuano i segnali di distensione fra India e Pakistan, segnali tanto più importanti perché si tratta di eventi piccoli ma concreti, non di dichiarazioni politiche. Oggi la notizia è che una delegazione di giornalisti pakistani è arrivata a Srinagar su invito del governo di New Dehli. È la prima volta dal 1948 che giornalisti pakistani sono ammessi nel Kashmir indiano. Dopo il loro ritorno toccherà ai reporter indiani visitare la zona pakistana. I partecipanti sono emozionati e hanno ragione: a volte un banale viaggio stampa conta più di un vertice ministeriale.

Daily Times Pakistan

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America

Incontri

4 10 2004 - 04:50 · Flavio Grassi

Venerdì 1 ottobre, ore 9. Eurostar, carrozza di prima classe. Due signore di mezza età prendono posto guardandosi intorno dubbiose. Corridoio: signora capelli corti scuri, elegante, composta. Finestrino: bionda, jeans, si agita, parla forte.

“Excuse me, is this train going to Rome?”

Ore 9,30:
“Bush is tearing apart everything America stands for, I can’t understand how anybody, ANYbody could vote for him. I really can’t. I don’t want to go back to that country if he manages to steal the election again. Because, you know, he never won: he stole the election thanks to his brother in Florida.”

L’amica elegante approva silenziosa.

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Giornalismo e comunicazione

Rapimento interrotto

30 09 2004 - 04:40 · Flavio Grassi

Ci sono in giro molti che sono già stufi di vedere Simona Pari e Simona Torretta libere. Tutti questi festeggiamenti li infastidiscono oltremodo. Bisogna capirli: adesso cosa se ne fanno di quei vibranti scritti febbrilmente composti e limati per tre settimane negandosi il sonno, trascurando doveri, svaghi e affetti perché l’opera fosse pronta e perfetta al momento della preventivata decapitazione? Lunghi post che avrebbero proiettato i blog nel firmamento; maratone televisive con audience da mondiali di calcio; rotative al calor bianco per sfornare edizioni speciali con tirature astronomiche; editoriali da antologia, analisi magistrali, invettive fiammeggianti; instant book da premio letterario già impaginati. Un orgasmo mediatico epocale.

Pif: libere.

Che spreco.

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Asia

Giochi di guerra

29 09 2004 - 07:15 · Flavio Grassi

Il premier taiwanese Yu Shyi-kun vuole comprare sommergibili, aerei antisommergibili e, soprattutto missili per essere in grado di bombardare Shanghai come rappresaglia in caso di attacco cinese contro l’isola.

Il governo cinese non l’ha presa bene. Sono convinti che il premier nazionalista, rieletto in marzo, voglia dichiarare l’indipendenza di Taiwan dalla Cina. Eventualità che, come hanno già messo in chiaro, provocherebbe l’invasione dell’isola. Ora prendono queste affermazioni come un passo verso la temuta dichiarazione di indipendenza.

Finché Cina e Taiwan si limitano a prendersi a male parole passi, ma molti analisti strategici considerano lo stretto di Formosa il più pericoloso punto di detonazione innescato in Asia.

Reuters

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Asia

Diplomazia chirurgica

29 09 2004 - 03:54 · Flavio Grassi

Un gruppo ospedaliero privato di New Dehli ha attivato un collegamento di telemedicina ad alta tecnologia verso la sua filiale di Lahore, in Pakistan. La telemedicina è una grande opportunità per portare assistenza medica allo stato dell’arte nelle regioni rurali dell’Asia. Ma soprattutto: questo collegamento India-Pakistan mostra il miglioramento delle relazioni fra due paesi che, dalla divisione dell’India britannica nel 1947 in avanti, completamente in pace non sono stati mai.

The Hindu

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Nepal

I ribelli maoisti sempre più forti

28 09 2004 - 05:15 · Flavio Grassi

La vita pubblica in Nepal è di nuovo in stato comatoso per lo sciopero generale di due giorni proclamato dai guerriglieri maoisti. Fino a qualche mese fa la loro presenza si sentiva nelle regioni rurali ma poco nella capitale. Ora è la seconda volta nel giro di un mese che riescono a paralizzare completamente Kathmandu insieme al resto del paese. Il governo non sa che fare, la gente ha paura e segue le loro indicazioni. Stanno vincendo.

Bbc News

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Africa

La festa del raccolto

24 09 2004 - 05:55 · Flavio Grassi

A volte le sovvenzioni agricole funzionano: per la prima volta nella sua storia, quest’anno lo Zambia esporterà mais (che è l’alimento base della popolazione) anziché essere costretto a importarlo.

Già il raccolto dell’anno scorso, pur se non così abbondante, era stato buono e questa straordinaria crescita della produttività è dovuta alla reintroduzione nel 2001 delle sovvenzioni statali ai piccoli agricoltori dopo dieci anni di disastri a partire dalla cancellazione nel 1991 di ogni aiuto. Lasciati completamente in balia dei mercanti, i contadini non sono più stati in grado di affrontare alcun investimento e la situazione alimentare del paese è diventata una delle più disastrose al mondo.

Ma la festa di quest’anno non è senza preoccupazioni: nella devastazione degli anni Novanta sono andati in rovina tutti i silos costruiti nel decennio precedente. I contadini non hanno più dove immagazzinare le eccedenze, sono costretti a lasciarle ammassate all’aperto e hanno pochissimo tempo per venderle: devono liberarsene entro novembre o le piogge manderanno tutto in rovina. Il rischio è che in questa situazione gli unici a guadagnare siano come sempre i mercanti che potrebbero tenere i contadini sulla corda fino all’ultimo per poi costringerli a svendere.

Ips

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