America Latina

Il vento progressista del Sud America soffia su Washington

2 05 2005 - 18:03 · Flavio Grassi

Per la prima volta nei sessant’anni dalla fondazione, l’Organizzazione degli stati americani ha eletto un presidente diverso dal candidato più gradito al governo Usa.

Il nuovo presidente dell’Oas è il ministro dell’interno cileno, il socialista José Miguel Insulza, eletto con un voto quasi unanime dopo che il candidato appoggiato dagli Usa, il ministro degli esteri messicano Ernesto Derbez.

Il percorso che ha portato all’elezione di Insulza è significativo del nuovo clima che si respira in America Latina. All’inizio del processo elettorale gli Stati Uniti avevano cercato di imporre l’ex presidente del Salvador Fernando Flores: un premio all’unico paese latinoamericano che continui a mantenere una presenza militare in Iraq.

Constatata l’impossibilità di ottenere i voti necessari, Flores si ritirò subito dalla corsa e il Dipartimento di stato mandò avanti Derbez imbastendo una campagna elettorale a tappeto per cercare di fermare Insulza che, oltre a essere socialista, aveva il torto di essere fortemente appoggiato dal Venezuela di Chávez e dagli altri governi di sinistra e centro-sinistra che stanno cambiando la geografia politica del continente.

Lo scorso 11 aprile la situazione arrivò allo stallo: cinque votazioni una dopo l’altra tutte con il medesimo risultato, 17 a 17.

Tutti i tentativi americani di sbloccare la situazione in favore del proprio candidato sono stati inutili. Anzi il consenso per Derbez ha cominciato a sbriciolarsi.

Il Paraguay, che in precedenza aveva appoggiato il messicano, aveva ascoltato il Brasile e discretamente fatto sapere di essere pronto a passare nel campo avversario. Nicaragua e Canada cominciavano a pensare a una soluzione di compromesso o all’astensione.

Vista l’inevitabilità della sconfitta, la scorsa settimana durante il suo tour in Sud America Rice ha fatto buon viso a cattivo gioco dichiarando che gli Stati Uniti consideravano accettabili entrambi i candidati e che sarebbe stato desiderabile avere un presidente eletto con un consenso unanime.

Così oggi a Washington la votazione è finita con 31 voti a favore di Insulza, due astensioni (Perù e Bolivia, che per antiche ruggini non avrebbero mai potuto appoggiare un cileno) e una scheda bianca.
[Aggiornamento: quando ho scritto il post avevo solo i numeri e ho tirato a indovinare sbagliando un po’, però non troppo, via: si sono astenuti dal voto Bolivia e Messico, mentre il Perù ha votato scheda bianca.]

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